ROM

Chi è il ladro?” “

Migrantes e Ass. 21 luglio, due indagini sui minori

I rom non sono "ladri di bambini", visto che non esiste, in Italia, nessun caso accertato. Invece, tra gli operatori sociali e le autorità giudiziarie è diffuso un pregiudizio culturale che porta a identificare facilmente un minore rom con un bambino maltrattato, quindi a toglierlo ai genitori per darlo in affidamento o in adozione. Sono le conclusioni a cui giungono due indagini commissionate dalla Fondazione Migrantes e dall’Associazione 21 luglio al Dipartimento di psicologia e antropologia culturale dell’Università di Verona, presentate oggi a Roma.

Nessun rapimento di bambini. Non esiste "nessun caso" in cui sia avvenuta una sottrazione di un bambino italiano da parte di una persona di etnia rom. Nonostante ciò, il forte stereotipo dello "zingaro che ruba i bambini" viene vissuto spesso dalle madri italiane "come un pericolo per il proprio figlio". È quanto emerge dall’indagine sulla "Sottrazione di minori gagé" condotta dalla ricercatrice Sabrina Tosi Cambini, che ha preso in esame, partendo dall’archivio Ansa e rintracciando poi i relativi fascicoli nei tribunali, 40 casi nel periodo 1986-2005: 29 casi di presunte sottrazioni e 11 sparizioni di minori. La conclusione è categorica: "Non esiste nessun caso in cui sia avvenuta una sottrazione del bambino: si è sempre di fronte ad un tentato rapimento, o meglio, ad un racconto di un tentato rapimento". Molta confusione, rileva l’indagine, è generata dai media al momento della denuncia del fatto, che danno come "provato" e "vero" il tentato rapimento. Eppure, fa notare la ricerca, quando gli investigatori "verificano che è stato solo un equivoco, una percezione errata della situazione, la stampa ne dà poca o nessuna notizia". L’indagine ha evidenziato alcuni elementi comuni ai racconti dei tentati rapimenti, con poche varianti: "Nella grande maggioranza, si tratta di ‘donne contro donne’ ossia è la madre ad accusare una donna rom di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali; nessuno interviene in soccorso della madre". L’analisi comparativa dei casi, dunque, porta a concludere che "laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo ‘gli zingari rubano i bambini’ risulta essere molto più potente di qualsiasi altro. Non si ha paura, infatti, che sottraggano il portafogli o la borsa (secondo lo schema mentale ‘gli zingari rubano’), ma che portino via il bambino". Per quanto riguarda gli 11 episodi di sparizione di bambini, molti noti all’opinione pubblica, emerge con "una forza squassante" l’opposizione "fra ciò che è accaduto realmente a questi bambini" ("vittime di una violenza brutale tutta interna ai contesti dove vivevano: pedofili, conoscenti, parenti") e "l’immaginario stereotipico del rapimento da parte dei rom". Da qui l’invito ad "interrogarci e riflettere maggiormente su noi stessi".

Facili pregiudizi. Tra gli operatori dei servizi sociali e dell’autorità giudiziaria è diffuso un pregiudizio per cui "tutti i minori rom sono dei bambini maltrattati", quindi tolti ai genitori con "facilità" per darli in affidamento o adozione ad altre famiglie non rom. Lo rivela, invece, l’indagine sull’"Adozione dei minori rom e sinti" condotta dall’antropologa Carlotta Saletti Salza. La prima ha preso in esame dati relativi al periodo 1985-2002 presso otto (tra cui Torino, Bologna, Bari, Lecce, Venezia, Napoli) delle 29 sedi dei tribunali minorili, svolgendo anche colloqui con i servizi sociali. Oltre a "differenze rilevanti" da una sede all’altra, l’analisi "mostra la facilità con la quale, nelle diverse realtà analizzate, la tutela sociale dei servizi del territorio e civile (dell’autorità giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura ‘altra’ potesse fare del male al bambino. Questo è ciò che pensano molti degli operatori incontrati". Secondo la ricercatrice molti operatori partono dal presupposto che la cultura rom è "mancante", sempre e comunque, "con tutti i bambini". E che vi è "un’assenza delle capacità genitoriali" e, in genere, di tutela dell’infanzia. Qualche esempio? A volte gli allontanamenti dei minori rom dalle proprie famiglie avvengono "con molta violenza, sulla base del mero pregiudizio personale": "Perché mangia con le mani" o "non indossa il pigiama per andare a dormire". "Con quale presunzione – si chiede Saletti Salza – noi non rom continuiamo ad immaginare che il nostro modello di vita sia il migliore e quello ideale? Chi lavora nel sociale non dovrebbe avere una formazione adeguata per lavorare con soggetti che appartengono a culture differenti?". Anche tra i magistrati minorili, rileva l’indagine, sono "pochi quelli che riconoscono la necessità di decodificare il contesto culturale del minore. In molti invece ritengono non opportuno riconoscerne la specificità dettata dall’appartenenza culturale". Quale soluzione proporre? "Dovremo smettere di pensare alla cultura rom come una cultura statica e immutabile – conclude la ricercatrice –, come se i minori fossero destinati alla povertà materiale e culturale dei loro genitori. Se molti rom oggi vivono nei ‘campi nomadi’ è perché si tratta di una chiara scelta delle amministrazioni comunali di mantenere queste comunità in una condizione di grave precarietà sociale e civile. Se i minori rom oggi non sono tutelati e c’è un sistema giudiziario minorile che non li tutela la responsabilità è solo nostra".