GIOVANI AL SUD

Tra fuga e abbandono

Cultura del bene comune e buone prassi per arginare i due fenomeni

"Il lavoro giovanile nel Mezzogiorno d’Italia". È il titolo del seminario di studio dopo la 46ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, organizzato per il 5 novembre, dall’arcidiocesi di Benevento, in collaborazione con il Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali. A introdurre i lavori mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del citato Comitato; nel pomeriggio, una tavola rotonda, alla quale parteciperanno mons. Angelo Casile, direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, Adriano Giannola (presidente Svimez), Marco Musella (preside di scienze politiche all’Università Federico II di Napoli), Gennarino Masiello (vicepresidente Coldiretti) e Giorgio Santini (Cisl). Ne abbiamo parlato con Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, tra i relatori del convegno.

Come definirebbe il mercato del lavoro nel Sud, con un occhio particolare ai giovani?
"In questo momento, in Italia, il mondo del lavoro sta vivendo una grande tensione, che nel Mezzogiorno è anche più accentuata, con due fenomeni specifici che lo caratterizzano: il dato ormai strutturale del flusso di giovani, anche qualificati, che vanno via – fenomeno questo drammaticamente interessante da studiare, dove è palese la componente economica, ma in molti casi, soprattutto per quanto riguarda l’esodo dalle aree urbane, è una fuga da una situazione di vita giudicata complessivamente negativa – e il fatto che sotto i numeri drammatici della disoccupazione giovanile si nascondano mille tipi di lavori sommersi. Questa non è una buona notizia ma un’aggravante: nel nostro Paese non si è fatto e non si fa abbastanza per far emergere questi lavori, per valutare quali di essi abbiano una dignità produttiva e quali siano del tutto illegittimi o legati alla sopravvivenza. Oltre a combattere la grave piaga della disoccupazione, a mio avviso è ormai tempo di approntare politiche che facciano emergere lavori, anche minuti, che sarebbe giusto valorizzare, contrastando invece con ogni mezzo tutti gli altri".

Come arginare la "fuga dei cervelli"? Si può invertire la rotta?
"C’è un verbo che non dovrebbe mai essere utilizzato, nell’affrontare il problema della ‘fuga dei cervelli’: trattenere. Nell’epoca della globalizzazione, è un bene che i giovani vadano fuori a studiare o a lavorare. Ciò che bisogna contrastare è il flusso unidirezionale, che in Italia è un saldo negativo, con la conseguenza che è il capitale umano che s’indebolisce, non quello singolo. La Fondazione con il Sud, ad esempio, ha recentemente emanato un Bando per il capitale umano che finanzia progetti o di rientro di meridionali, o di arrivo di stranieri qualificati in Italia. L’intenzione è mostrare che il nostro Paese non solo non spinge ad andarsene, ma ha un grado di attrattività in molti casi unica. Un problema come la fuga dei cervelli, inoltre, deve sollecitarci a rivedere le gerarchie utilizzate per le politiche di sviluppo. Finora abbiamo pensato che la priorità fosse nel portare lo sviluppo, perché ciò avrebbe automaticamente promosso la coesione sociale e un livello più accettabile di vita. Invece è vero il contrario: non c’è sviluppo se nei territori non varia il livello di coesione sociale. Se non si promuove la cultura del bene collettivo, non si possono instaurare relazioni sociali positive, vera pre-condizione per lo sviluppo".

Ripartire dall’educazione, dunque…
"Certamente sì. A mio parere, il dato più grave del divario tra Nord e Sud non è tanto nei dati relativi alla disoccupazione, ma in quelli relativi all’abbandono scolastico: la disoccupazione è una conseguenza inevitabile. Per questo abbiamo scelto, come Fondazione, di mettere al centro dei nostri interventi i giovani: gli interventi finanziari a loro destinati sono finora 100.000, il 42% dei quali destinati ai minori".

La capacità di "fare impresa" e lo spirito di cooperazione possono essere un’occasione di riscatto per i giovani del Sud?
"Sicuramente rappresentano una modalità lavorativa da incentivare, come già sancito dalla legge sull’imprenditoria giovanile al Sud. Oltre al Progetto Policoro promosso dalla Cei, che è ormai un’esperienza fruttuosa e consolidata, le iniziative sul territorio sono tante: l’attenzione da potenziare è quella agli elementi tecnici di queste politiche. Non basta dire ‘presto i soldi ad una cooperativa’, bisogna prestare molta attenzione all’opera di scouting, di promozione, di accompagnamento, attraverso interventi più qualificati e mirati".

Quali nuovi settori possono offrire ai giovani del Mezzogiorno opportunità di lavoro inedite o "aggiornate"?
"Nonostante le difficoltà attuali, esistono una serie di settori nuovi su cui puntare: penso in primo luogo alle telecomunicazioni, a tutto quanto si può fare utilizzando la rete, che offre possibilità finora inedite. C’è poi lo spazio immenso che si apre con la crisi del welfare, che secondo alcuni apre un ‘mercato privato cattivo’, mentre a mio avviso offre una serie di opportunità lavorative straordinarie al mondo della cooperazione e delle imprese sociali. Tra i settori che crescono c’è poi quello della cultura, che diventando un fenomeno sempre più di massa favorisce l’affermarsi di nuove professionalità. In tutti questi ambiti, si dovrebbe seguire una doppia logica: guardare le nuove cose, ma anche rivedere le ‘vecchie’ cose con un occhio diverso. Penso alle prospettive che può aprire il nostro antico artigianato di produzione, unico al mondo, che rischia di scomparire, o alle nuove tecniche applicate al mondo dell’agricoltura".