CHIESE ORIENTALI
La nuova evangelizzazione nelle parole di mons. Vasil
L’incontro dei vescovi a Oradea, Romania (3-6 novembre), sul tema “Sarete miei testimoni: l’evangelizzazione nelle Chiese orientali cattoliche d’Europa” ha visto la partecipazione di numerosi ospiti speciali, tra cui mons. Cyril Vasil, segretario della Congregazione per le Chiese orientali. Danka Jaceckova per SIR Europa (Bratislava) lo ha intervistato.Come descriverebbe gli sforzi concernenti la nuova evangelizzazione dal punto di vista del lavoro e delle attività della Congregazione per le Chiese orientali?“Le comunità che per lunghi secoli sono state tradizionalmente considerate cristiane hanno bisogno oggi di un nuovo impulso, perché soffrono di stanchezza, secolarizzazione, scristianizzazione, ateismo; parlo in particolare delle comunità del mondo occidentale. Le Chiese cattoliche orientali hanno una storia diversa ed operano in contesti diversi. Parlando di Europa, abbiamo Chiese orientali che vivono nell’Europa orientale e che fino a tempi recenti sono state escluse dal quadro giuridico, e sono emerse dall’illegalità pochissimo tempo fa. Sono ancora piene di entusiasmo e alla ricerca di una nuova organizzazione. Poi ci sono Chiese libere da diversi decenni, poiché vivono nel contesto dell’Europa centrale – come la Slovacchia o l’Ungheria – dove sono ancora visibili alcune tracce del regime comunista, ma sono presenti anche molti segni di secolarizzazione tipici dei Paesi occidentali. I contesti variano e lo stesso vale per l’approccio alle diverse situazioni. Recentemente la Congregazione ha dedicato una speciale attenzione alle Chiese che stanno rinnovando le loro attività dopo decenni di formale non-esistenza: nel campo della vita ecclesiale, della creazione di strutture, della formazione del clero e dei laici. In questo senso, la nuova evangelizzazione significa un nuovo inizio dopo un periodo di decadenza. Un’altra sfida riguarda l’evangelizzazione della diaspora dei greco-cattolici nei Paesi occidentali. Molti greco-cattolici si sono trasferiti all’estero per cercare lavoro. Vivono nei Paesi occidentali molto spesso non completamente integrati nel loro contesto culturale stabile, ed è necessario creare opportunità per aiutarli a mantenere la loro identità religiosa e spirituale e, allo stesso tempo, aiutarli a sistemarsi nel nuovo habitat”.Quando si parla di prospettive dell’Europa unita e dei modi per superare la crisi attuale, come vede il fenomeno della comunità e il ruolo della fede in questo processo?“Ci sono stati vari tentativi di unificazione in passato – basati sull’imperialismo, la forza, l’espansione, i regimi totalitari – ma questi non durano mai a lungo. Poi c’è una diversa modalità di unificazione, basata su legami di natura economica. Oggi possiamo vedere che questi criteri, anche se di grande spessore, non sono abbastanza unificanti per superare gli ostacoli che possono sorgere. Quindi abbiamo bisogno di esaminare un complesso di elementi che devono essere reciprocamente collegati. In questo senso, la Chiesa è una sorta di corpo sovranazionale, sovraculturale. Questo fenomeno è stato notato dai cristiani dei primi secoli, quando dicevano che il cristiano è un cittadino di ogni città e al tempo stesso di nessuna città, perché la sua patria è il cielo. Questo paradosso è stato presente fin dalla nascita del cristianesimo: l’appartenenza alle comunità locali è considerata molto importante perché è un segno della dignità di ogni nazione, di ogni lingua, della singola comunità e, contemporaneamente, un segno di appartenenza all’ecumene più ampia, alla comunità allargata di coloro che credono in Cristo, nel Nuovo Israele, nella nazione di Dio. Credo che questo elemento abbia contribuito a creare quel fenomeno che chiamiamo Europa. Non è una semplificazione dire che l’Europa è stata plasmata dal cristianesimo. È un dato di fatto che il cristianesimo ha aiutato un’Europa frammentata dopo la caduta dell’impero romano e l’invasione di varie tribù barbariche. Il cristianesimo è stato accettato da quelle tribù come un valore unificante ed è nato il fenomeno della reciproca affinità spirituale. Il senso di fratellanza all’interno di una nazione di Dio è qualcosa che supera la dimensione politica o economica, nonché le divisioni etniche, e questo rappresenta il principale contributo all’unificazione dell’Europa. L’unificazione a livello di idee e valori, infatti, è qualcosa di molto più forte degli interessi economici o politici immediati. Questi ultimi possono prevalere per un momento, ma è un’altra cosa a creare l’unità spirituale”.Il Beato Giovanni Paolo II ha sempre sottolineato che l’Europa dovrebbe respirare allo stesso modo con entrambi i polmoni, parlando di Chiese orientali e occidentali. Come vede la situazione attuale in tal senso?“Questa espressione può essere intesa in un contesto più ampio di quello che si riferisce al semplice rapporto tra Chiesa cattolica romana e Chiese greco-cattoliche. Possiamo parlare di Oriente e Occidente in tutte le loro espressioni ecclesiali e interpretarle come una chiamata all’ecumenismo nei confronti delle Chiese ortodosse, ad una percezione globale dell’Europa dall’oceano Atlantico alle montagne degli Urali. Ma, soprattutto, come un appello a comprendere l’identità europea come qualcosa che cresce da radici cristiane comuni. Penso che per la gente della nostra regione sia una cosa naturale, forse è per questo che questa idea è venuta proprio al Papa della Polonia. In questi Paesi, la connessione reciproca e l’intersezione sulla base della fede è intesa come qualcosa di naturale, che fa parte della tradizione e della cultura. Forse questo risulta meno evidente nelle regioni con strutture rituali più omogenee. Tale esigenza può essere manifestata in varie forme, tra cui quella di conoscersi attraverso incontri misti, dato che oggi il mondo è globalizzato anche in materia di comprensione della vita della Chiesa. Forse ce ne accorgiamo di più nei Paesi occidentali che mostrano un interesse per la liturgia orientale, per la vita delle Chiese orientali. È spesso collegato ad una certa curiosità, ma allo stesso tempo è espressione del bisogno di aggiungere qualcosa alla tradizionale percezione occidentale della fede. Occorre adottare lo stesso processo nei Paesi orientali, scegliere i migliori elementi della spiritualità occidentale e applicarli alla comprensione orientale della fede. Le Chiese cattoliche orientali sono un buon esempio di questa interconnessione: usano le tradizionali componenti orientali, ma la loro affinità con la Chiesa cattolica, che si identifica di più con la tradizione occidentale, dà loro la possibilità di respirare veramente con entrambi i polmoni”. Polonia: il tempo della testimonianza”In Polonia, il segretario generale della Conferenza episcopale (Kep) coordina la gran parte dei rapporti tra la Chiesa e il mondo esterno, soprattutto con le conferenze episcopali di altri Paesi, il Ccee e la Comece, ma è anche responsabile per le commissioni bilaterali come la commissione polacco-tedesca, polacco-lituana, polacco-inglese e per il gruppo di contatto con la Chiesa ortodossa russa”. Così mons. Wojciech Polak assumendo, il 9 novembre scorso, l’incarico di nuovo segretario dell’episcopato polacco. Il presule 47 enne si è occupato finora della pastorale vocazionale e di quella degli emigranti. Come vescovo ausiliare di Gniezno è stato, inoltre, membro elettivo del Consiglio permanente della Conferenza episcopale di cui adesso farà parte di diritto. “Un campo molto importante di cui si occupa il segretario della Kep è quello dei rapporti Chiesa-Stato” sottolinea il neo segretario che farà parte della Commissione congiunta dei rappresentanti delle Autorità dello Stato e della Kep. Alla luce dei risultati delle elezioni parlamentari svoltesi un mese fa in Polonia (il 9 ottobre scorso), mons. Polak individua le motivazioni di certi atteggiamenti critici verso la Chiesa da parte di alcuni gruppi politici vincenti nell’insufficiente comunicazione tra il mondo religioso e quello dei laici. A suo parere, nel corso della campagna elettorale i media “hanno amplificato una visione della Chiesa come istituzione avida, e priva dell’anima”. Anche se, come osserva, “i sentimenti anticlericali di alcuni esponenti del mondo politico spesso siano l’effetto delle loro sconfitte personali”. “L’attuale situazione in Polonia richiede un’autentica testimonianza cristiana” sottolinea il presule, per il quale “non si tratta di difendere l’istituzione o di confrontarsi con i suoi nemici poiché non è il tempo della guerra bensì il tempo di dare testimonianza”. Gli ultimi sondaggi dell’opinione pubblica effettuati dell’istituto Cbos indicano che il 95% dei polacchi si dichiara cattolici, il 92% si definisce credenti, e oltre il 50% afferma di essere praticanti. Questi dati indicano tuttavia un calo del 2% rispetto al 2008, e sono ancora più significativi se si considera che solo il 6% dei cattolici polacchi fa parte di una delle comunità parrocchiali. In Polonia, afferma mons. Polak, “abbiamo a che fare con un cattolicesimo piuttosto superficiale” che bisogna “approfondire e ravvivare come legame con Cristo e la sua Chiesa intesa non come istituzione ma come comunità di fede”. Il presule, precisando che “la Chiesa dovrebbe essere vista come casa e scuola di comunione”, ribadisce la necessità di un’ampia e concreta formazione degli adulti. A questo scopo, tra gli altri, i vescovi polacchi, nel corso dell’ultima plenaria di ottobre hanno costituito, nell’ambito della Commissione per la pastorale, il Consiglio per la nuova evangelizzazione. “In Polonia non possiamo metterci l’anima in pace dicendo che la nuova evangelizzazione riguarda solo i Paesi dove il Vangelo ha, rispetto a noi, una risonanza minore”, rileva il nuovo segretario generale della Kep conscio di “una certa superficialità che non da oggi caratterizza il cattolicesimo polacco”, e che quindi “per una fede più approfondita c’è bisogno della nuova evangelizzazione, di un nuovo stile di pensiero, e di metodi nuovi della pastorale”.