MILITARI CADUTI

Le mani sicure

Dodici novembre, Giornata ricordo vittime delle missioni internazionali

Con la deposizione, questa mattina, di una corona d’alloro all’Altare della Patria da parte del Ministro della Difesa Ignazio La Russa hanno avuto inizio, nell’ottavo anniversario della strage di Nassiriya, le celebrazioni della Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per l’occasione ha ricordato i caduti italiani con un messaggio inviato al ministro La Russa.

La vicinanza di Napoletano. “Esprimo il mio deferente omaggio alla memoria di tutti i cittadini italiani, militari e civili, che hanno sacrificato la loro vita al servizio del Paese per il contrasto del terrorismo, la stabilizzazione delle aree di crisi e l’assistenza alle popolazioni. Ai famigliari, consapevoli, pur nel dolore, dell’altissimo contributo che l’opera dei loro cari ha dato alla sicurezza e alla pace della comunità internazionale vanno la mia commossa ed affettuosa vicinanza e la riconoscenza dell’Italia”. La commemorazione è proseguita con una cerimonia religiosa, officiata da mons. Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario militare, presso la Basilica di Santa Maria in Aracoeli. La "Giornata del ricordo" è stata istituita con legge del 12 novembre 2009, n. 162 per ricordare tutti i civili e militari italiani caduti all’estero nell’ambito delle missioni internazionali. Come è noto il 12 novembre 2003 una base del contingente italiano impegnato nella missione di pace "Antica Babilonia" a Nassiriya fu oggetto di un attacco terroristico, nel quale morirono dodici carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili. Nel corso degli anni grande è stato il prezzo pagato dall’Italia per il suo impegno nelle tante missioni, Iraq, Afghanistan, in Somalia, in Congo, nei Balcani e in Libano.

Il seme non muore ma rinasce. Alla presenza delle famiglie dei caduti, di rappresentanti delle istituzioni politiche, militari e civili mons. Vincenzo Pelvi ha sottolineato la necessità di pregare per evitare il rischio di rendere anemica la fede. “La preghiera insistente – ha affermato il presule fa della fede una relazione quotidiana con il Signore. Preghiera e fede stanno in un rapporto inscindibile: credere significa pregare e viceversa. E se noi possiamo pregare solo grazie a una fede viva, è anche vero che la nostra fede resta viva grazie alla preghiera. A noi che spesso ci chiediamo: ‘Dove sei, Dio?’, risponde il Signore che chiede conto della nostra fede: ‘Dov’è la tua fede!'”. “La morte dei nostri giovani militari – ha continuato mons. Pelvi – ci fa vivere giorni oscuri e non si riesce più a riallacciare il filo di una realtà che la sofferenza fa apparire grigia, vuota, insensata, se non addirittura ostile e paurosa. Anche la fede conosce la sospensione dolorosa del vuoto, quando tutto, dentro e fuori, perde di significato e le lacrime si stendono sotto il cuore come un giaciglio. Eppure la preghiera e la fede sono le mani sicure che ci sostengono per non impazzire e aiutano a superare il dolore cercando di cogliere frammenti di luce in mezzo all’oscurità”. "I nostri militari – ha ricordato il vescovo castrense – portano la vita, dove la vita è assente e la portano talvolta con la propria morte: è il paradosso della croce. Anche il dolore può diventare cattedra di speranza che rinnova la potenza dell’amore in ogni situazione della storia. La nostra speranza è figlia dell’amore divino e delle lacrime umane. Il seme cade in terra, muore ma rinasce. Di qui la preghiera e la fede di voi mamme e papà, spose e figli, i più esposti al dolore ma anche più capaci di amare, perché con la vostra passione generate futuro e senza temere le piaghe manifestate quella tenerezza introvabile lontano da Dio". Per mons. Pelvi "la ricchezza della famiglia militare è nel dono. I nostri giovani operanti in missioni internazionali sono convinti che distruggendo la pace, l’uomo distrugge se stesso. Potremmo dire che la regola di vita del soldato è un cuore che vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente. L’amore vero non sopporta di restare semplice intenzione o parola, ma si fa gesto e opera, qualcosa che si tocca e si vede. Ma non si arresta neppure al semplice aiuto e si fa ospitalità. La differenza è grande; l’aiuto raggiunge i bisogni dell’uomo, l’ospitalità raggiunge la persona. Servire l’uomo nella carità è servire Dio, sempre e dovunque. Il militare, pur impegnato in operazioni belliche, resta un credente con una convinta onestà morale che si ispira al grande comandamento dell’amore verso Dio e verso gli altri".