YARA
A un anno dalla sua scomparsa
Il 26 novembre di un anno fa scompariva letteralmente nel nulla Yara Gambirasio, 13enne di Brembate Sopra, nel Bergamasco. Era sera, usciva dalla palestra del paese, stava tornando a casa. Esattamente tre mesi dopo veniva ritrovata, morta, in un campo a non molta distanza dal luogo della scomparsa. L’avevano cercata ovunque e non era mai andata troppo lontano. Una mano assassina l’aveva abbandonata a morire di freddo e stenti, tra le sterpaglie.
Sulla vicenda di Yara si è detto e scritto di tutto. I mass media, che a volte somigliano a moderni sciacalli, hanno riempito pagine e trasmissioni, forse per rispondere, a modo loro, a quel silenzio pieno di dolore e di dignità della famiglia. Spiazzati, anche, dalla reazione forte di compattezza e di fede perché no? di tutta una comunità, quella di Brembate, che ha saputo accogliere e circondare di affetto una famiglia delle sue. Una comunità guidata da un prete che guarda caso ha resistito al teatrino dei talk show, pur non tacendo di fronte ai fatti, al male. Le parole di don Corinno Scotti, il parroco di Brembate, sono sempre state quelle che ci si aspetta proprio da un prete, da un "padre": richiesta di giustizia, insieme a compassione, incoraggiamento, invocazione, preghiera. Nel tentativo di aiutare la "sua" gente, la famiglia di Yara in prima fila, a misurarsi col male che si affaccia improvvisamente nella vita quotidiana: imperscrutabile, violento, senza ragione. Un male misterioso e inquietante, che sembra farla franca e farsi beffe di chi indaga e di chi cerca giustizia.
Don Corinno ha detto anche in questi giorni come sia importante "non dimenticare Yara", altrimenti "è come se avesse vinto l’assassino". Ma cosa vuol dire? Dimenticare, si dirà, nemmeno è possibile, visto che il circo mediatico non perde occasione come per altri delitti e dolori italiani di parlare e sparlare. E allora, cosa vuol dire, davvero, "non dimenticare Yara"? Forse l’invito è a non perdere di vista il mistero della vita e della morte che la vicenda drammatica di questa bambina bergamasca porta con sé. Un mistero che intreccia la vita quotidiana, i gesti anche banali, con il brivido dell’abisso e, insieme, il lampo della luce. Perché non è solo il male che si affaccia a Brembate, ma anche tanto bene. La forza e la fede di persone che si sono strette l’una con l’altra, che si sono abbracciate, si sono guardate in faccia con gli occhi presumibilmente pieni di lacrime e insieme si sono aggrappate a una promessa di bene e di salvezza che viene da lontano e raccoglie ogni condizione umana. "Yara è un dono", ripete il parroco. E il papà di Yara: "Il Signore l’ha mandata qui perché fossimo tutti più buoni". Non sono parole di circostanza, ma si accompagnano a comportamenti vissuti con coerenza in questo anno così duro.
E allora non dimenticare Yara vuol dire accettare di confrontarsi con una vicenda che mette le persone, noi tutti, di fronte al mistero della vita, che invita a raccogliere ciò che conta, che lascia trasparire, anche nel sorriso così familiare di una bambina, il desiderio di pienezza e di bene che abita in ogni uomo. E che, per quanto messo alla prova, non può essere una promessa tradita.