BAMBINI IN CARCERE

Troppe sbarre

In Italia 54 vivono ancora reclusi con le madri, nonostante la nuova legge

In Italia sono ancora 54 i bambini che vivono in carcere con le madri recluse, oltre a 18 detenute in stato di gravidanza (dati al giugno 2011). E questo nonostante il 21 aprile scorso sia stata approvata una nuova legge, la 62/2011, per garantire il diritto dei bambini a crescere fuori dalle mura carcerarie, consentire alle madri di tenere con sé i figli fino ai 6 anni e assisterli in caso di ricoveri ospedalieri e visite specialistiche. Una legge che presenta alcune "criticità" e desta ancora "perplessità" tra gli operatori. È quanto emerso durante il convegno "La nuova legge sulle detenute madri. Riflessioni, critiche, proposte", organizzato oggi a Roma dalle associazioni "Legale nel sociale" e "A Roma, insieme". In Italia, su una popolazione carceraria di circa 67.500 persone, le donne rappresentano il 4,15%. I bambini, che hanno uno o entrambi i genitori detenuti e che entrano in contatto con il mondo del carcere in occasione delle visite, sono circa 24.000.

Per vivere come gli altri. Per loro operano diverse associazioni di volontariato, che organizzano ludoteche e uscite settimanali per evitare che l’impatto con il carcere sia troppo traumatico. "Secondo alcune stime il 30% dei bambini possono delinquere se non aiutati e accompagnati", ha osservato Lillo Di Mauro, della Consulta permanente del Comune di Roma per i problemi penitenziari. E anche se i bambini in carcere non sono molti, ha precisato Marco Carlizzi, presidente dell’associazione "Legale nel sociale", "devono avere la possibilità di vivere come tutti gli altri". L’Associazione "A Roma, insieme", attiva da vent’anni in diversi settori, è impegnata da tempo nella battaglia "perché nessun bambino debba più varcare la soglia del carcere", ha ricordato la presidente Leda Colombini. Da quindici anni i bambini di Rebibbia vanno anche negli asili esterni (oltre al "nido" interno) e ogni sabato escono con i volontari.

Perplessità e preoccupazioni. La nuova legge stabilisce, tra l’altro, il principio per cui non può essere reclusa in carcere la detenuta con un figlio fino all’età di 6 anni (prima fino a 3 anni), ma dovrebbe fruire invece degli arresti domiciliari in una "casa famiglia protetta" e nell’"istituto a custodia attenuata per detenute madri" (Icam), con sistemi di sicurezza non riconoscibili dai bambini e polizia penitenziaria senza divisa. Secondo Colombini "la legge non risolve completamente i problemi perché le interpretazioni restrittive rischiano di farci fare dei passi indietro". Anche per Lia Sacerdote, presidente dell’associazione "Bambini senza sbarre", che opera a Milano nel carcere di San Vittore con una ludoteca che accoglie ogni settimana 100/150 bambini in visita ai genitori (ma in Lombardia sono 5.000 i bambini figli di detenuti), "sono più le criticità che gli aspetti positivi", nonostante da quattro anni nel capoluogo lombardo esista una struttura Icam con 12 mamme e 14 bambini. "La legge sta creando grossi problemi e preoccupazioni", ha precisato Sacerdote, "anche perché i bambini fino a 6 anni hanno esigenze diverse e l’Icam non è ancora ben preparata".

A Rebibbia ancora tutte in carcere. Ha auspicato, invece, l’apertura di una Icam anche nel Lazio la vicedirettrice del carcere femminile di Rebibbia Gabriella Pedote, dove è attivo un reparto "nido" (il più grande d’Italia) con 15 madri e rispettivi bambini. La maggior parte sono rom o straniere. "Da noi nessuna mamma ha beneficiato della legge – ha affermato Pedote –, nemmeno della possibilità di fare visita in ospedale al bambino in caso di ricovero. Le madri detenute si sono illuse che la loro vita sarebbe cambiata, invece non è così. Purtroppo la legge è frammentaria e settoriale, e solleva molti dubbi interpretativi". Uno dei punti critici riguarda le detenute con reato ostativo, che non potranno beneficiare delle misure alternative al carcere. Per cui il diritto del bambino va a cozzare con "la necessità di garantire la certezza della pena". Inoltre, ha fatto notare, "si possono creare discriminazioni tra detenute madri e non madri e tra bambini che potranno beneficiarne e altri no". Marcella Trovato, magistrato di sorveglianza di Rebibbia femminile, ha lanciato un appello alle istituzioni: "Aiutate queste madri quando escono dal carcere con strutture esterne che le seguano, altrimenti le situazioni di povertà in cui si trovano le porteranno di nuovo a commettere reati, come succede spesso con le donne rom, costrette a far vivere i bambini in situazioni di estremo degrado".