BAMBINI IN OSPEDALE

I figli degli altri

"Progetto Andrea": l’assistenza sia anche accoglienza

Trasformare l’ospedale in una casa ospitale. È questo l’obiettivo di "Andrea", il progetto promosso dall’Associazione italiana genitori (Age) Onlus, in collaborazione con la Società italiana di pediatria ospedaliera (Sipo), che opera per incentivare la concertazione tra personale del reparto, genitori, ma anche scuola e volontariato, per la "gestione degli aspetti non strettamente tecnici – medici dell’assistenza pediatrica". L’Age, insieme all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, ha organizzato un convegno che si chiude oggi a Roma per presentare e premiare "le migliori esperienze a livello nazionale nel campo dell’umanizzazione dell’assistenza sanitaria in ambito pediatrico".

Accompagnare tutte le fragilità. "Oggi è fondamentale ragionare in termini di comunità e di cura assistenziale. Il tema dell’umanizzazione non può prescindere da un impegno civile e collettivo". Lo ha detto don Andrea Manto, direttore dell’Ufficio pastorale della salute della Cei, aprendo i lavori della prima giornata del convegno. Don Manto ha illustrato alcuni dati sulla degenza dei bambini in Italia, da cui emerge una forte "iniquità della salute pubblica" tra Nord e Sud, e un incremento significativo negli ultimi quindici anni dei ricoveri brevi, il che significa maggior carico sulle famiglie. "La pastorale – ha detto don Manto – deve prendersi cura di tutto il percorso, accompagnando e sostenendo i malati e i familiari, perché quando è malato un bambino è malata tutta la sua realtà affettiva". Don Manto ha sottolineato la necessità di "collegare l’ospedale col territorio, chi cura professionalmente e chi cura affettivamente". "Gesù ha rivoluzionato la percezione dell’infanzia nel suo tempo – ha concluso -, e così come lui noi siamo chiamati ad accompagnare tutte le fragilità, perché non siano desolate ma segno di un amore più grande".

Forza contro la solitudine. "Il tema dell’umanizzazione delle strutture sanitarie è prioritario", ha detto il presidente dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, Giuseppe Profiti. "In un tempo in cui c’è una primazia dell’aspetto clinico-scientifico della malattia – ha aggiunto – si sente la necessità di superare questo deserto culturale. Il genitore in un certo senso diventa clinicizzato, perché la sua presenza è riconosciuta parte fondamentale del processo di salute psicofisica del bambino". "Il network permette di garantire la continuità della vita affettiva del bambino, e i rapporti interpersonali tra bambini, genitori e personale sanitario. Un punto ancora poco brillante, purtroppo". Così Lino Claudio Pantano, coordinatore nazionale network "Gli ospedali di Andrea", ha illustrato le attività e le finalità del progetto, proposta di "una nuova cultura che coniuga tecnica e umanizzazione, collega le diverse competenze e rappresenta un impegno di cittadinanza attiva". Gennaro Bernardo, genitore e membro esecutivo nazionale Age, ha sottolineato l’importanza dell’associazionismo per i genitori e per i bambini ricoverati, perché "forza contro la solitudine".

L’uomo al centro della cura. "Andrea è il nostro bambino, è l’aner-andros, l’uomo, cioè la persona che mettiamo al centro del processo di umanizzazione ospedaliera. Andrea è il nostro punto fermo, la persona che abbiamo di fronte, i medici, i genitori, tutte le persone che partecipano al percorso". Così Davide Guarneri, presidente nazionale dell’Associazione italiana genitori (Age), aprendo la seconda giornata di lavori. "I bambini sono il presente, prima che il futuro" ha detto Guarneri il quale, ricordando il tema dell’emergenza educativa, ha ribadito come essa riguardi "non i ragazzi ma noi adulti, lo sguardo che noi abbiamo sul bambino". "La genitorialità – ha detto – è una competenza propria, che deve collaborare con le altre", e che con l’associazionismo diventa "genitorialità sociale, cioè occuparsi anche dei figli degli altri". Durante la seconda giornata è stato illustrato il progetto di scuola in ospedale e scuola domiciliare presso l’ospedale Bambino Gesù di Roma, una scuola che "trasforma lo spazio classe nello spazio persona, che da contesto plurimo diventa singolare nel rapporto docente-alunno", ha detto Speranzina Ferraro, coordinatore nazionale scuola in ospedale e istruzione domiciliare del Ministero dell’istruzione. Di alleanza pedagogica tra scuola e ospedale ha parlato anche Anna Rita Orsini presentando l’esperienza di un laboratorio di lettura presso il reparto oncologico dell’ospedale Bambino Gesù. "Il laboratorio – ha detto Orsini -diventa elemento di diversità che lascia una traccia positiva nel ricordo del vissuto doloroso". "L’obiettivo – ha continuato – è creare una continuità con la vita esterna, e dare dei sassolini con i quali il bambino possa poi ritrovare la strada di casa".

Le esperienze premiate. Diverse esperienze sono state presentate nel corso del convegno e valutate dai partecipanti per l’assegnazione di quattro riconoscimenti: "Premio Daniela Sardella, Premio Lavinia Castagna, Premio Guido e Marcella Caccia". Il "Premio Guido e Marcella Caccia" è andato al "gruppo di gioco" dell’Ospedale Regina Margherita per "aver trasformato la strumentazione sanitaria in oggetti ludici". Il Premio Lavinia Castagna è andato agli infermieri del reparto gastroscopia e broncoscopia dell’Azienda ospedaliera universitaria di Padova per "la loro particolare sensibilità nell’attuare gli esami clinici". Il "Premio Daniela Sardella" è andato alla Asl di Latina che ha costruito nell’ospedale di Fondi, vicino l’Aquila, una casa per Emanuele, bambino di 9 anni affetto da displasia metatropica. Inoltre, sul tema del diritto allo studio per i bambini ricoverati in ospedale sono stati presentati gli elaborati del concorso "Star bene: chi mi può aiutare e io che posso fare per me e per gli altri", riservato ai bambini e ai ragazzi di tutte le scuole. A ricevere una menzione speciale anche l’Ospedale Fatebenfratelli di Benevento per la stesura delle linee guida per la gestione della morte di un bambino in terapia intensiva neonatale e l’Ospedale Santo Spirito di Roma per il Daddy Care sul coinvolgimento dei papà in neonatologia.