TERRA SANTA

Semi e gesti di speranza

Intervista con il patriarca latino di Gerusalemme

"Sarà un Natale di speranza e di attesa. Aspettiamo la pace, aspettiamo di avere più giustizia, più diritto. Che i potenti del mondo abbiano maggiormente a cuore le sorti di questa Terra, patrimonio da conservare per il bene di tutti i suoi abitanti, siano essi ebrei, cristiani e musulmani". Pace, giustizia e diritto: sono i cardini su cui edificare la Terra Santa. Senza pace in questa striscia di terra non ci sarà pace nel mondo. Lo ribadisce, ancora una volta, il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, capo della Chiesa madre di Gerusalemme. In un’intervista al SIR, in occasione del Natale, il patriarca traccia un bilancio del 2011 che sta per terminare.

Quello che ci lasciamo alle spalle è stato un anno denso di eventi. Sul Medio Oriente soffia la cosiddetta "Primavera araba" che rischia di trasformarsi in un "inverno" dei cristiani, vista anche l’affermazione di forze islamiste in diversi Paesi della Regione…
"I cristiani di qui non vivono in un ghetto, ma sono parte integrante di questa Terra, di questa Regione, e condividono con il resto del popolo attese e speranze. Molti fatti si sono succeduti nel 2011, non solo a livello politico ma anche religioso ed ecumenico. Mi preme ricordare l’incontro di Assisi con il Pontefice, e quello ancora più recente, del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (Cemo), a Cipro. Cosa potrà uscire da questi eventi? Semi e gesti di speranza da far germogliare nei cuori sotto forma di amore e di pace".

Ma come dissipare, allora, le paure dei cristiani circa il loro futuro?
"Non ci sarà mai pace solo per i cristiani, mai. Dobbiamo pensare ad una pace per tutta la regione. Vogliamo che i nostri cristiani si sentano cittadini a pieno titolo, che abbiano un forte senso di appartenenza alla loro terra e al loro popolo, che si vedano riconosciuti i loro diritti basilari, che si integrino in questi movimenti di cambiamento, che abbiano la volontà di cambiare e non di accettare uno status quo. Dobbiamo aiutare i nostri cristiani a capire che sono parte integrante dei loro popoli".

Un altro evento significativo del 2011 è stata la richiesta di riconoscimento all’Onu per uno Stato palestinese. Possiamo parlare di un passo avanti verso quel diritto da lei sempre auspicato?
"Un eventuale riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Onu non deve significare la fine dei negoziati e del dialogo, tutt’altro. Deve essere compreso come un passo avanti che potrà donare ottimismo e rafforzare il dialogo israelo-palestinese. Dobbiamo giungere alla pace, questo processo sta durando troppo. Ma c’è un altro passo che vorrei segnalare nel cammino della pace…".

Quale?
"Domenica scorsa (18 dicembre, ndr) abbiamo celebrato a Gaza il Natale. In quell’occasione abbiamo accolto la bella notizia della liberazione da parte di Israele di altri 500 prigionieri palestinesi. Tante famiglie hanno potuto così festeggiare. Si è trattato di un bel regalo di Natale. Spero che seguiranno altre liberazioni simili e non solo qui ma in tutto il mondo".

Stime del ministero del Turismo israeliano, relative al 2011, parlano di circa 3 milioni di pellegrini e visitatori. Un numero considerevole che ripropone il turismo religioso anche come strumento di pace e di dialogo. Pellegrini e cristiani di Terra Santa, un binomio inscindibile?
"I pellegrini devono venire e sentirsi a casa loro. Gerusalemme è la loro casa madre. Pellegrinare in Terra Santa è un obbligo morale per conoscere le loro radici. I pellegrini, poi, con la loro presenza, aiutano le comunità cristiane locali sia spiritualmente sia materialmente. Abbiamo bisogno di loro. Non dimentichiamo che una famiglia che ha un lavoro e una casa non emigra, non lascia la sua terra. Con più pellegrinaggi e visite ci testimoniate che non siamo soli, che c’è comunione e questo ci incoraggia a continuare ad essere pietre vive che abitano la terra di Gesù. I pellegrini, poi, ci ricordano che questa terra deve essere un luogo di pace, di preghiera, non di muri, di occupazione e separazione. Una volta tornati a casa devono avere il coraggio di parlare, dire ciò che hanno visto per rendere un servizio alla verità".

L’interesse dei pellegrini, soprattutto europei e americani, per la Terra Santa sembra non coincidere con quello politico dei loro governi verso questo luogo nevralgico per la pace mondiale. È d’accordo?
"Ciò che desideriamo dalla comunità internazionale è una politica disinteressata ed etica, aperta a tutti. L’America e l’Europa hanno ormai altri pensieri nella loro politica estera. La Terra Santa non è più una priorità. Lo vediamo e lo sentiamo. Da parte nostra, cerchiamo di fare il possibile per lavorare per la speranza, il dialogo e la pace. Sono questi i doni che vorremmo trovare ai piedi di Gesù Bambino".