EDITORIALE
Ue: crisi economica e “primavera araba” hanno segnato l’anno che si chiude
Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha posto dinanzi al Parlamento europeo riunito a metà dicembre a Strasburgo un interrogativo di fondo, per il quale, almeno al momento, una risposta non esiste. Il 2011 – è questo il punto – sarà ricordato come l'”annus horribilis”, per via dell’acuirsi della crisi economica e finanziaria, oppure passerà alla storia come “annus mirabilis”, in cui si sono cercate risposte comuni, concrete e durature, in grado di prevenire in futuro devastanti recessioni di questa portata?In effetti gli ultimi dodici mesi sono stati segnati, a livello continentale, dai tentativi di contrastare la crisi, per contenerne i pesanti effetti sull’economia reale, il lavoro, le famiglie e – forse soprattutto – sui bilanci statali. Una situazione tale da far osservare a qualche autorevole commentatore e ad alcuni leader politici, che non si è tanto di fronte a una crisi dell’euro, bensì a una crisi delle politiche di bilancio e dei conti pubblici nazionali. La moneta unica è stata comunque al centro del dibattito per tutto il 2011, una sorta di principessa chiusa nella torre, da salvare con coraggio e azioni ben programmate. Con una convinzione di fondo: che all’unione monetaria, a una governance condivisa, al mercato unico europeo non ci sono alternative e l’Ue, con i suoi Stati membri, deve muoversi in quella direzione se vuol reggere alla competitività mondiale. Così il neo presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, sempre agli eurodeputati ha ricordato il 19 dicembre: “Non ho nessun dubbio sulla irreversibilità dell’euro”. Ma l’anno che si conclude ci lascia almeno un’altra grande eredità che non si può trascurare: la “primavera araba”. Basti far correre il pensiero al fermento di libertà, speranze democratiche, passioni civili, rivolte più o meno violente, sacrifici ed eroismi che hanno inaspettatamente scosso il Mediterraneo e il Medio oriente. Regioni del pianeta, queste, alle porte di casa-Europa, per troppo tempo considerate cristallizzate, ferme a un medioevo fuori tempo e, anche per questo, ritenute ostili all’Occidente segnato invece dalla velocità, dal consumismo, dalla globalizzazione. Sempre il Parlamento europeo ci ha ammonito, il 14 dicembre scorso, con la consegna del Premio Sakharov per la libertà di pensiero a cinque esponenti della “primavera” di Egitto, Libia, Tunisia e Siria, che nessun popolo può essere assoggettato troppo a lungo senza che prima o poi riprendano forza e vigore gli aneliti alla libertà e alla giustizia, beni irrinunciabili che sono dovuti a ogni donna e a ogni uomo venuti al mondo. Non solo: questa nuova “primavera” – peraltro ancora incompiuta, a tratti smarrita o tradita – segnala che democrazia, dignità umana, libertà, diritti fondamentali non possono mai essere dati per scontati e che sono un patrimonio da cercare, promuovere, costruire giorno per giorno, tanto in Europa quanto nel mondo. Non a caso i fatti nordafricani e mediorientali degli ultimi tempi sono stati accostati tante volte a quelli che portarono alla caduta della Cortina di ferro, che ha avuto in una figura come il presidente ceco Vaclav Havel, recentemente scomparso, una bandiera che non andrà dimenticata. Il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ricordando il carismatico leader della “rivoluzione di velluto”, ha giustamente affermato che il nome di Havel “rimarrà per sempre legato alla riunificazione dell’Europa”; egli è inoltre “una fonte di grande ispirazione per tutti coloro che combattono oggi per la libertà e la democrazia in tutto il mondo”.