ACCOGLIENZA PROFUGHI
Gli impegni Caritas sul territorio (1)
Dall’inizio dell’anno ad oggi oltre 60.000 migranti sono sbarcati sulle coste italiane a seguito dell’emergenza in Nord Africa. Sono fuggiti dalla Libia e dalla Tunisia, ma moltissimi sono africani sub sahariani. Sono stati considerati come potenziali richiedenti asilo perché provenienti dalla Libia, dove lavoravano, nonostante le rispettive nazionalità non sempre prevedano l’accesso allo status di rifugiato. Circa 3.000 di questi profughi sono oggi accolti in tutto il territorio nazionale nelle strutture delle Caritas diocesane, con una serie di questioni aperte sul loro presente e futuro. Prima fra tutte, il grande numero di dinieghi alla richiesta di asilo, dopo essere stati ascoltati dalle rispettive Commissioni territoriali. Caritas italiana auspica da tempo, come è stato fatto per le migliaia di tunisini arrivati in Italia, di riconoscere anche agli africani sub-sahariani un permesso per motivi umanitari. Oppure bisognerà affrontare, come sta già succedendo in diverse zone, una lunga trafila di ricorsi. Iniziamo oggi, con la Caritas di Mantova, un viaggio in tre puntate, da Nord a Sud, per ascoltare cosa accade in alcune Caritas diocesane impegnate nell’accoglienza. Nella provincia di Mantova gli immigrati regolari già presenti e ben inseriti sul territorio sono 53.200, il 12% della popolazione. I profughi dal Nord Africa sono 150, originari di Nigeria, Niger, Burkina Faso, Gambia, Somalia, ecc…
L’accoglienza e i servizi. "Tutto sommato l’accoglienza sta andando bene, nonostante i traumi e le tensioni. Stiamo, però, imparando come non sia semplice ospitare questi ragazzi": a parlare al SIR è Giordano Cavallari, direttore della Caritas diocesana di Mantova. In Lombardia vige una convenzione con la prefettura di Milano che stabilisce i servizi da prestare e garantisce agli enti come la Caritas una cifra di 45 euro al giorno per ogni ospite. Le rette iniziano ad arrivare, seppure con notevole ritardo. Una cinquantina di profughi vivono in un albergo (ma usufruiscono gratuitamente dei servizi forniti da Caritas), circa 25 in un centro di accoglienza allestito in fretta e furia all’inizio dell’estate, su richiesta del vescovo e della prefettura, perché gli altri centri erano già saturi. Altri, tra cui famiglie, ragazze incinte e minori, sono ospiti di parrocchie e comunità. Oltre al vitto e all’alloggio la Caritas fornisce, tramite il Centro d’ascolto diocesano, servizi aggiuntivi come l’assistenza sanitaria, psicologica e psichiatrica, il vestiario, l’orientamento giuridico, i corsi di lingua italiana, la mediazione culturale. A volte ragazzi vengono coinvolti in piccoli lavoretti come traslochi di mobili, tinteggiature, coltivazione di orti.
L’interazione con il territorio. "Stiamo cercando di fare il possibile per fare in modo che i profughi interagiscono con il territorio", precisa Cavallari. I pasti, ad esempio, vengono consumati in un circolo Arci. La scuola di italiano si tiene nell’istituto superiore del quartiere. Ma non sono mancati i timori iniziali e le critiche, spesso strumentali. "Timori comprensibili perché ogni cosa nuova spaventa, entra in gioco la paura dell’altro, della criminalità, enfatizzata dai media. Serve tempo per dimostrare ai cittadini che è possibile vivere insieme senza problemi", osserva. Quello che non va giù sono invece le strumentalizzazioni per altri fini. All’inizio era stata promossa addirittura una raccolta firme contro l’accoglienza dei profughi. "Una forza politica ci accusa di accumulare soldi con i profughi, sottraendo risorse ai nostri poveri puntualizza . Tutte accuse respinte al mittente e comprovate da un’assoluta trasparenza nelle spese".
Traumi e tensioni. All’interno dei centri, però, la situazione non è sempre semplice. "Abbiamo constatato alti tassi di violenze subìte in Libia, con traumi e conseguenze sulla salute fisica e psichica racconta Cavallaro . La gestione di persone con problemi psicologici non è facile, perché turba gli equilibri della convivenza. Inoltre alcuni praticano credenze e culti che non conosciamo, dobbiamo trattare queste manifestazioni con molta cautela. Perciò cerchiamo di stemperare le tensioni dividendo le persone per gruppi linguistici, ma i problemi tra gruppi rimangono".
Il rischio "dinieghi". L’altra grave questione riguarda il rischio del mancato riconoscimento dello status di rifugiato. La maggior parte delle audizioni con la Commissione territoriale è prevista per febbraio 2012, ma già cominciano ad arrivare voci, dalle altre regioni, dei tanti dinieghi. "Siamo molto preoccupati confida . Avvertiamo un clima di stanchezza per la lunga attesa e ci prepariamo ad una fase impegnativa e difficile, se gli esiti saranno negativi". Secondo il direttore della Caritas di Mantova molto è dovuto alla decisione iniziale del ministero dell’Interno "che già destava perplessità: sapevano che queste persone, pur provenienti dalla Libia, erano originari di Paesi che non offrono la condizione del riconoscimento dello status. Perché considerarli potenziali richiedenti asilo?". Cavallaro auspica perciò "soluzioni diverse, come il permesso per motivi umanitari, per valutare la possibilità di rimpatri assistiti o di inserimento lavorativo".