ACCOGLIENZA PROFUGHI
L’impegno Caritas sul territorio (2)
Prosegue il nostro viaggio nelle diocesi che hanno accolto i profughi dal Nord Africa (clicca qui). Circa 3.000 sono oggi nelle strutture delle Caritas diocesane sparse in tutto il territorio italiano, con una serie di questioni aperte sul loro presente e futuro. Dall’inizio dell’anno ad oggi oltre 60.000 migranti sono sbarcati sulle coste italiane a seguito dell’emergenza in Nord Africa. Sono fuggiti dalla Libia e dalla Tunisia, ma moltissimi sono africani sub sahariani. Dopo Mantova, vediamo cosa accade in una diocesi del Centro Italia. Abbiamo parlato con il direttore della Caritas di Terni, Claudio Daminato.
I numeri e le attività. Nella diocesi di Terni sono state accolte, dall’11 aprile 2011 ad oggi, 140 persone, di cui 54 di nazionalità tunisina e 86 richiedenti asilo soprattutto dalla Nigeria, alloggiati preferibilmente in piccoli gruppi in case famiglia, appartamenti e strutture di accoglienza. Terni gestisce anche tre progetti Sprar per rifugiati politici, con famiglie e sei bambini. La Caritas diocesana fornisce, oltre al vitto e all’alloggio, numerosi servizi, tra cui la mediazione linguistica e culturale, il segretariato sociale, l’insegnamento della lingua italiana, il sostegno psicologico, l’organizzazione del tempo libero e attività per prepararsi ad un inserimento socio-lavorativo. Il coordinamento e la gestione è svolto dall’Associazione di volontariato S.Martino, che è il braccio operativo della Caritas di Terni ed impiega una dozzina di operatori.
Il problema dei dinieghi. "In Umbria stiamo vivendo una interessante esperienza di sinergia tra istituzioni e reti sociali, privilegiando l’accoglienza in piccoli numeri spiega al SIR Daminato -. Ma il problema principale è di tipo politico: ai primi tunisini arrivati in Italia è stato dato lo status di protezione temporanea; ai successivi profughi, di altre nazionalità, no. Hanno avviato la richiesta di asilo, ma stanno arrivando decine e decine di dinieghi dopo gli incontri con la Commissione territoriale. È una grossa contraddizione, speriamo che a livello centrale si rendano conto di ciò che sta accadendo". Prevedibile la reazione degli ospiti appena appresa la notizia dei dinieghi, dopo stati accolti come profughi perché in fuga dalla guerra in Libia (molti sono stati spinti forzatamente sui barconi dai lealisti di Gheddafi), dove lavoravano e dove è ancora difficile poter tornare. Ora la prospettiva è di dover tornare a casa. Nonostante ci sia la possibilità di "rimpatri agevolati" (biglietto aereo pagato e 200 euro in contanti per tornare al proprio Paese), a Terni nessuno finora ha voluto usufruirne. Per cui le prospettive, per il loro futuro, sono totalmente incerte.
Tra sport e volontariato. Nella vita di tutti i giorni l’accoglienza procede tranquillamente, anche se c’è la difficoltà di occupare il tempo. I richiedenti asilo, durante il periodo di attesa dell’udienza in Commissione per ottenere lo status di rifugiato, non possono lavorare. Si cerca allora di coinvolgerli in attività sportive o di volontariato. "I senegalesi sono stati eccezionali racconta il direttore -. Hanno raccolto i pomodori per regalarli alla mensa Caritas". La convivenza presenta qualche problema solo nei gruppi un po’ più numerosi, ad esempio a Colle Scivoli, dove sono 34 persone. "Con qualche isolato caso di violenza sulle donne nelle coppie nigeriane ammette -, da monitorare costantemente". Anche se sono in maggioranza musulmani o cristiani evangelici, "non ci sono mai state tensioni tra religioni o nazionalità diverse", precisa.
Crisi e pregiudizi. Un capitolo a parte è il rapporto con la popolazione. Specie a causa della difficile situazione socio-economica nel ternano. Molte fabbriche hanno dovuto chiudere a causa della crisi. Immediata la reazione molti cittadini alle nuove presenze: "Ci rubano il lavoro che non c’è". La Caritas cerca di costruire un dialogo organizzando eventi ed occasioni di incontro, per smontare la diffidenza e i pregiudizi. Anche se, secondo Daminato, "il problema vero è a monte: in Italia, nell’affrontare il fenomeno dell’immigrazione, si dovrebbe passare da un concetto di emergenza ad un concetto di integrazione più stabile nei territori".