ACCOGLIENZA PROFUGHI

Quei ragazzi venuti dal mare

Gli impegni Caritas sul territorio (3)

Gli ultimi sette ragazzi, egiziani, sono arrivati due settimane fa con il vento di tramontana e sono stati fatti sbarcare a Gallipoli, in Puglia. Erano stipati in 75 in un vecchio peschereccio verde che lottava contro il mare in tempesta. Moltissimi i minorenni. Ora sono insieme ad altri undici nigeriani, maliani e ivoriani al Villaggio Gala Tabor, la struttura di accoglienza che la Caritas diocesana di Acerenza, in Basilicata, ha messo a disposizione per i minori stranieri non accompagnati, nell’ambito dell’emergenza profughi che nel 2011 ha portato in Italia, dal Nord Africa, oltre 60.000 persone, passando soprattutto per Lampedusa. Circa 3.000 migranti sono accolti nei centri gestiti da numerose Caritas diocesane su tutto il territorio italiano, con il coordinamento di Caritas italiana. Dopo Mantova (clicca qui) e Terni (clicca qui), dedichiamo questo terzo e ultimo servizio ai minori stranieri accolti ad Acerenza, piccolo centro montano con 1.400 abitanti, per un rapido bilancio di fine anno, da Nord a Sud.

Acerenza, al villaggio Gala Tabor. L’accoglienza dei minori stranieri nella diocesi di Acerenza, in una sorta di "struttura ponte" temporanea, è iniziata a settembre. Da allora alcuni continuano ad arrivare, altri partono verso altri centri. Attualmente al Villaggio Gala Tabor vivono in 18, insieme alla direttrice e altre due operatrici che trascorrono 24 ore su 24 con loro. Insegnanti, cuoche e interpreti si alternano a seconda delle esigenze. Le giornate iniziano alle 8 del mattino: doccia e colazione, corsi di italiano e di alfabetizzazione (quattro ragazzi non sapevano né leggere né scrivere), attività ludiche nel pomeriggio, musica, calcetto, laboratori, cena, un’ora al computer su skype o internet. Alcuni sono musulmani, altri cattolici, si celebrano le feste religiose reciproche, con qualche piccolo screzio, ogni tanto, tra egiziani e nigeriani. "E’ la prima volta che Acerenza ospita degli stranieri – racconta al SIR la direttrice, Luciana Forlino, 33 anni, anima appassionata che condivide gioie e dolori di questi ragazzi -. Abbiamo una ottima collaborazione con il sindaco e con il vescovo e per la comunità cristiana è una grossa opportunità di crescita. Facciamo il possibile per far uscire i ragazzi spesso, li mandiamo a fare la spesa. Ma ancora non sono avvenuti i miracoli: c’è qualcuno scettico, qualcuno perplesso. Quando non si conosce si è diffidenti".

In balìa delle onde. In attesa degli accertamenti e della decisione del Tribunale per i minorenni per l’accesso alle tutele previste e la richiesta di asilo, tutti i ragazzi sono stati sottoposti ad accurati screening sanitari. Sette nigeriani ed un ivoriano sono già stati trasferiti ad un Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) a Missanello, sempre in Basilicata. La convivenza procede abbastanza bene "ma non è mai semplicissima – precisa Forlino -, anche perché psicologicamente i ragazzi sono molto provati e alcuni cominciano a mostrare segni di insofferenza". La maggior parte è stata costretta a partire dalla Libia a forza. "Alcuni erano lì da qualche anno e sopravvivevano con qualche lavoretto – racconta -. Un ragazzo ha visto uccidere la propria famiglia dai militari di Gheddafi e poi è stato caricato su un barcone, insieme ad altri, sotto la minaccia dei mitra. Mandati in balia delle onde solo perché avevano la pelle nera. Un altro è stato venti giorni nelle carceri libiche. Molti non volevano venire in Italia. Non sapevano nemmeno cosa fosse, l’Italia".

L’augurio più bello. La Caritas, intanto, cerca di fare in modo che "l’assistenza non si trasformi in assistenzialismo". "Il nostro modo di fare accoglienza è fondamentale", afferma convinta la direttrice del centro: "Dipende anche da noi se i ragazzi saranno in grado di non cadere nelle reti della criminalità. Cerchiamo di spiegare, chiaramente, quali sono le condizioni di vita e di lavoro in Italia, il rischio di incappare in situazioni sfruttamento. Quando si troveranno ad affrontare da soli la realtà sapranno a cosa vanno incontro". E racconta un piccolo aneddoto. "Uno dei ragazzi vuole fare il calciatore. Dice di essere venuto in Italia perché qui pagano bene. Con l’aiuto dello psicologo e dell’assistente sociale gli abbiamo detto: puoi anche giocare a calcio, ma prima devi rimboccarti le maniche". Le richieste dei ragazzi sono chiare: scuola, formazione, lavoro. In occasione del Natale l’augurio della direttrice è perciò molto concreto: "Spero che l’iter burocratico sia più celere possibile e che ricevano al più presto i permessi. Anche se sono molto affezionata a ognuno di loro e ogni volta che partono è una sofferenza, la libertà è un’altra cosa.".