TE DEUM
Una riflessione del card. Angelo Bagnasco nell’ultimo giorno del 2011
Un richiamo alla politica “assolutamente necessaria” perché torni a “regolare la finanza” ed a mettersi a servizio del “bene comune”; un appello a “fermare la macchina del fango” ed a lasciare da parte “l’autolesionismo” tipico del nostro Paese; un invito ai cristiani a “vivere una fede gioiosa capace di buoni frutti”: sono alcuni dei temi affrontati dall’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, nel discorso pronunciato ieri pomeriggio in occasione del Te Deum di fine anno.
No ad antipolitica e a finanza fine a sé stessa. “Al di là di ogni ventata antipolitica, la politica è assolutamente necessaria, e deve mettersi in grado di regolare la finanza perché sia a servizio del bene generale e non della speculazione facile e garantita” ha detto il porporato spiegando che “una finanza fine a se stessa non serve il mondo ma se ne serve, e alla fine ne risentono i più deboli”. “Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno” e “la politica non può prescindere” dal suo ruolo “se vuole corrispondere al suo mandato di promuovere la giustizia e il bene comune”.
Fermare la macchina del fango. Il card. Bagnasco ha poi esortato a “fermare la macchina del fango morale, quello che viene gettato a palate su persone e situazioni, enti e istituzioni, o quello che viene sparso secondo la strategia delle piccole dosi attraverso l’insinuazione, il sospetto, il dubbio”. “Non è amore di verità che guida questo sistema ormai inveterato – ha precisato – ma scopi meschini anche se ammantati da nobili intendimenti”. Inoltre, “questo modo di fare ha due effetti nefasti: crea una cortina di sfiducia generale e corrompe il costume generale proprio sulla frontiera delle relazioni su cui si costruisce il vivere sociale”. Ha poi parlato di un clima di “litigiosità esasperata e inconcludente” e “della rabbia sorda ma che potrebbe scoppiare”. Ricordando che la paralisi non giova a nessuno ha quindi esortato “a reagire insieme e con determinazione” a questo clima culturale.
Addolorati per le persecuzioni contri i cristiani. L’arcivescovo ha poi parlato “della violenta persecuzione religiosa contro i cristiani in diversi parti del mondo” affermando che “non possiamo non esserne addolorati e restare pensosi”. “Il coraggio e la fierezza con cui tanti fratelli sono testimoni della loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa – ha proseguito – devono stimolarci ad essere anche noi, che godiamo della libertà religiosa, dei testimoni credibili e gioiosi della fede cattolica”. Una fede che, ha ricordato, è “dono di Dio” che i fedeli devono condividere “agli altri e in ogni ambiente di vita e di lavoro con umiltà e coraggio, soprattutto con gioia”. “I cristiani – ha detto ancora il porporato – specialmente in Europa, hanno assoluto bisogno di riscoprire e di vivere una fede gioiosa capace di buoni frutti”. E questo “non è solo un dovere dei credenti, ma anche un debito verso il mondo”. Infatti, “una testimonianza malinconica e sbiadita non serve a nessuno, anzi, ostacola l’incontro con Cristo e la Chiesa. Una fede stanca, a volte sofisticata e critica nei confronti del Magistero, non è sinonimo di una fede pensata, bensì di presunzione e di indisponibilità ad arrendersi al Vangelo”. Invece, “una fede gioiosa e convinta, come è testimoniato dai giovani a Madrid e dalle comunità africane che pur vivono in condizioni precarie e difficili” è “un lievito per la società intera” ed “una continua infusione di fiducia per tutti”.
Non tutelare famiglie significa distruggere Stato. Al termine del suo discorso il cardinale ha poi ammonito che “non tutelare le famiglie, a tutti i livelli, significherebbe distruggere lo Stato” perché “la famiglia sempre più si rivela, non solo grembo della vita, dono di Dio, scuola di umanità e di fede, ma anche presidio primo e fondamentale della società, della sua sicurezza, dell’economia, del sostegno reciproco, della tenuta civile”. Infatti, “tutti sappiamo quanto la famiglia, specie nelle prove, sia capace di stringersi e unire risorse e sforzi sostenendo i propri membri e, con la generosità che non manca, anche altre famiglie, i più deboli e sprovveduti”. Ha quindi affermato che “la stragrande maggioranza del nostro popolo, che non fa scena sui media ma che fa la storia vera”, è un “esempio di umiltà e di stile di vita, di onestà e di senso del dovere, di unità familiare e di sacrificio”.
Genova non abbia paura del cambiamento. Il cardinale ha dedicato buona parte del suo discorso alla situazione particolare di Genova. Se la città vuole uscire dalla crisi deve superare “la cultura del sospetto e della diffidenza” che “avvelena i rapporti e spegne l’iniziativa”. Per l’arcivescovo quindi, “non solo bisogna accogliere, ma anche favorire il lavoro basta che sia onesto e dignitoso”. Ha poi auspicato che “la voce dei genovesi, a tutti i livelli” diventi una sola “rinunciando ognuno a qualcosa del proprio interesse”. “Genova può farcela a superare gli affanni se diventa meno litigiosa, se sviluppa fiducia e coesione” e “non deve avere paura del cambiamento”.