LAVORO
Garantiti e non garantiti: le attese per la ”fase due” della manovra economica
Dopo il "salva Italia", il "cresci Italia". Il termine della "fase due" del governo Monti è stato coniato dallo stesso presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno. Tra i pilastri, la riforma del mercato del lavoro e le liberalizzazioni, mentre l’anno che si apre sembra essere di recessione. All’unisono, i sindacati richiamano il "rischio reale" di tensioni sociali. Un allarme al quale Mario Monti ha risposto nel primo giorno del 2012 contattando i quattro leader sindacali (Cgil, Cisl, Uil e Ugl), ai quali riporta una nota di Palazzo Chigi ha "espresso la volontà del governo di ricercare la massima intesa con le parti sociali sui temi del lavoro e dell’occupazione pur nell’esigenza di operare con la sollecitazione imposta dalla situazione". A tal proposito "dobbiamo dare un messaggio complessivo di grande coerenza, e che non lasci le persone allo sbando, da sole", dichiara Michele Colasanto, sociologo del lavoro e docente all’Università Cattolica di Milano, intervistato dal SIR sui futuri scenari del mercato occupazionale.
Il 2012 si annuncia come un anno di recessione economica. Quali saranno le ripercussioni sul mondo del lavoro?
"Le previsioni sono di un’ulteriore crescita della disoccupazione e, soprattutto, di un calo dell’occupazione. Sono due parametri che non coincidono, e ciò che maggiormente preoccupa gli economisti è proprio la diminuzione dei posti di lavoro disponibili, oltre a un effetto ‘scoraggiamento’ che porta a un calo delle persone disponibili a cercare lavoro. In fase di recessione sono poi evidenti le implicazioni sui redditi e sui consumi, soprattutto in un Paese come il nostro, fatto di piccole imprese, nel quale gli ammortizzatori sociali non coprono una buona parte dei lavoratori. Il circolo vizioso che s’instaura tra calo dei redditi e calo dei consumi non aiuta a immaginare quale tipo di ripresa sia possibile, e in che tempi. Di conseguenza occorre primariamente intervenire, nel nuovo anno, con un sostegno ai redditi".
A non beneficiare degli ammortizzatori sociali sono i lavoratori autonomi, ma soprattutto i precari…
"Sì, buona parte della crisi è stata pagata da alcuni gruppi sociali specifici: le donne, gli immigrati, i giovani. Sappiamo che in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è particolarmente alto, e questo dipende anche dal tipo d’inserimento problematico e difficile nel mondo occupazionale, non aiutato dall’attuale legislazione sui contratti di lavoro atipici".
Sempre tra i giovani, sono più di 2 milioni i "neet", ossia coloro che non studiano, né cercano lavoro. L’attuale scenario rischia di farli aumentare, creando una generazione ai margini? E chi è maggiormente a rischio?
"Le fasce giovanili sono quelle che pagano di più: adesso perché il lavoro non c’è, in prospettiva perché periodi prolungati di disoccupazione, esperienze di lavoro dequalificato o discontinuo incidono sulle competenze e sulla cultura. La questione riguarda il valore che questa società dà al lavoro, e il messaggio che stiamo dando ai giovani non è positivo. I ‘neet’ sono una fascia critica, che spesso associamo a giovani con una bassa scolarizzazione. In realtà, però, comincia a riguardare anche giovani scolarizzati. Una laurea non garantisce di per sé un lavoro, e per di più corrispondente alle attese. È vero, trovare lavoro sta diventando problematico, e anche chi ha studiato a volte diviene preda dello scoraggiamento, tuttavia non si può dire che l’istruzione non serva: al contrario, serve ancora per affrontare le difficoltà del mondo occupazionale".
Nella "fase due" del governo si è parlato di riforma del mercato del lavoro, contratto unico, articolo 18… Cosa bisogna fare per superare la crisi e giungere allo sviluppo?
"Bisogna rendere il mercato del lavoro più efficiente, guardando la questione nel suo complesso ed evitando la tentazione d’intervenire con provvedimenti specifici e singoli. Non bisogna mettere l’un contro l’altro garantiti e non garantiti. Il tema dell’articolo 18 rischia di generare solo un’empasse. Probabilmente si arriverà a rendere meno tutelati i lavoratori a tempo indeterminato, posto che oggi anche questi rapporti sono messi in discussione dal momento che il lavoro non c’è e la distinzione tra lavoratori garantiti e non riguarda quasi esclusivamente gli ammortizzatori sociali. Piuttosto, adesso porrei come prioritarie la questione dell’ingresso dei giovani nel mercato occupazionale e quella delle tutele, soprattutto quando il lavoro non c’è o viene a mancare".
Il governo ha recentemente allungato l’età pensionabile. Non rischia di essere un ulteriore fattore di rallentamento per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro?
"A tal riguardo siamo stati schizofrenici: alcuni anni fa abbiamo favorito i prepensionamenti per favorire l’occupazione giovanile ma i risultati non hanno corrisposto alle attese mentre adesso abbiamo riconosciuto come non fosse sostenibile un sistema pensionistico con quelle caratteristiche. Di per sé il fatto che persone avanti negli anni restino nel mercato del lavoro non è negativo; occorre però considerare anche gli effetti occupazionali. È dunque importante ripeto partire dalla tutela di chi non ha o perde il lavoro per evitare tensioni sociali elevate".
Una delle parole chiave che dovrebbero accompagnare, nel 2012, il governo è "liberalizzazioni"…
Personalmente sono favorevole. Non si può pensare che ci siano settori più protetti e altri meno. Per quanto riguarda le professioni, gli ordini sono importanti come fattore di regolazione che interessa l’intera società. Hanno molto da dire e devono essere custodi della deontologia. Il problema, quindi, non è la loro abolizione, quanto piuttosto ripensare le regole per l’accesso, a favore dei giovani. E la strada migliore per far ciò penso che passi dall’autoregolamentazione".