UNIONE EUROPEA
Un segno di forte preoccupazione mentre crescono domande e attese
Quali saranno i temi in primo piano e i protagonisti della politica europea nel 2012? Quali i nomi dei leader che tireranno le fila dell’integrazione comunitaria, da molti invocata a parole ma spesso costretta a misurarsi con angusti interessi nazionali, classi dirigenti tiepide e chiuse, popoli ancora distanti dal concetto di “cittadinanza europea”?Euro, compleanno amaro. Tra le poche certezze sul 2012 europeo spicca, ancora, la centralità della questione-euro. La moneta unica circola sotto forma di banconote da dieci anni: la ricorrenza però non ha visto, come accade in sede Ue in qualunque ricorrenza significativa, grandi festeggiamenti e cerimonie ufficiali. Il compleanno è passato quasi sotto silenzio e in effetti né la Commissione né la Banca centrale hanno programmato manifestazioni particolari. La difficile fase che sta attraversando l’economia europea, le preoccupazioni per il debito sovrano, le trattative in atto per salvaguardare lo stesso euro da un possibile tracollo, hanno suggerito una garbata forma di prudenza. Al momento sono al lavoro le diplomazie dei 26 Paesi (tutta l’Unione tranne il Regno Unito) che hanno deciso di sottoscrivere il nuovo “patto di bilancio”, il quale, obbligando al rigore nei budget statali, dovrebbe non solo dare ossigeno alla valuta comunitaria, ma trascinare con sé aspetti politici e finanziari virtuosi quali la nascita di una governance condivisa, la stabilità dei conti pubblici e la disponibilità di future risorse per promuovere crescita e lavoro. Ma siamo ancora all’inizio di tale complesso procedimento, che richiede fra l’altro la stesura di uno specifico trattato.Elezioni in vista. Un secondo tema che caratterizzerà la politica europea nel corso dei prossimi dodici mesi sono le elezioni. Soprattutto perché nel 2012 saranno chiamati alle urne i cittadini di Germania e Francia, ovvero dei due giganti che, nel bene e nel male, fra slanci generosi e incomprensibili atteggiamenti frenanti, fanno da punto di riferimento per l’Ue. Siccome la politica tedesca e francese non sfuggono all’attuale regola del “sondaggismo”, è possibile che la cancelliera Angela Merkel e il presidente Nicolas Sarkozy assumeranno decisioni di politica europea in base agli orientamenti dell’opinione pubblica del proprio Paese piuttosto che avendo di mira il “bene comune europeo”. È più che comprensibile che un politico nazionale miri a vincere le elezioni a casa propria, nella prospettiva di governare a favore dei propri connazionali; è però altrettanto certo, e dimostrato, che quando le esigenze interne degli Stati mortificano la costruzione della “casa comune”, questa perde forza e importanza e rischia, come accaduto di recente, di sfaldarsi, riversando pesanti conseguenze sugli stessi Stati. Europeisti e non. L’euro e, più ancora, il nodo problematico del debito sovrano potrebbero dunque influenzare i risultati del voto politico a Berlino come a Parigi, così come essi hanno portato profondi cambiamenti negli ultimi mesi, inducendo a un ricambio dei governi degli Stati alle prese con le più marcate instabilità dei conti: è accaduto dapprima in Irlanda, poi in Portogallo, Grecia, Spagna e, infine, in Italia. E negli altri Paesi cosa accade? Il Regno Unito – e in particolare il premier David Cameron – ha compiuto un passo indietro rispetto alla sua presenza nell’Unione chiamandosi fuori dal “patto di bilancio” deciso durante il summit dell’8 e 9 dicembre. Un forte segnale pro-Europa è giunto invece dalla Polonia che, in qualità di presidente di turno Ue nel secondo semestre 2011, ha fatto da traino ad alcune importanti decisioni per avviare una governance comune. Sembrerebbe ritrovata alla causa europea anche la Danimarca, che il 1° gennaio ha raccolto il timone da Varsavia per il primo semestre del nuovo anno. E quali atteggiamenti assumeranno altre leadership nazionali nei confronti dell’Ue nei prossimi dodici mesi? Ad esempio l’Ungheria di Victor Orban, attorno alla quale crescono dubbi sulla democraticità interna e sullo Stato di diritto. Oppure i Paesi nordici, Finlandia e Svezia, alle prese con movimenti nazionali dai forti accenti nazionalisti e xenofobi, e con dubbi crescenti su Eurolandia. O, ancora, la Croazia, che da poche settimane ha firmato il trattato di adesione all’Ue…Non c’è contraddizione… Sono solo alcuni degli interrogativi che sorgono sul futuro dell’Ue. Dinanzi ai quali può valere una indicazione di metodo e di sostanza giunta dal presidente dell’Euroassemblea, il polacco Jerzy Buzek, che a dicembre scorso ha affermato: “Non c’è contraddizione tra l’essere un buon polacco, un buon britannico, un buono spagnolo e l’essere un buon cittadino europeo”. Ovvero, occorre impegnarsi a costruire il proprio Paese avendo di mira la costruzione europea e perfino la pace, lo sviluppo, la democrazia su scala planetaria. È quello stesso “sguardo alto”, quell’orizzonte universale che ha più volte indicato la Chiesa cattolica in campo sociale e politico, che può risultare una buona ricetta per il domani dell’Europa.