TERRA SANTA
Costretti a emigrare anche per mancanza di case: appello alle Chiese Usa e Ue
La mancanza di abitazioni in Terra Santa, secondo il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, è la prima causa di emigrazione dei giovani cristiani. Una crisi alla quale la Chiesa locale cerca di rispondere concretamente con dei progetti per la costruzione di nuovi nuclei abitativi, o di restauro di vecchi appartamenti, da dare in affitto agevolato a famiglie cristiane e anche musulmane. A Beit Safafa il Patriarcato latino di Gerusalemme sta costruendo 40 nuovi alloggi che verranno consegnati ad altrettante famiglie a marzo, mentre a Gaza è in corso la ricostruzione e il restauro di altri 76. Di crisi abitativa si sta parlando molto nei lavori dell’Holy Land Coordination (Hlc), il Coordinamento che riunisce i rappresentanti dei vescovi di Nord America e Ue per la Terra Santa, che dall’8 gennaio sono a Gerusalemme (fino al 12) per la loro visita pastorale che si tiene ogni anno, dal 1998, in questo periodo dell’anno.
Un problema politico. Per chiarire meglio i punti nodali di questo argomento, ritenuto dai vertici della Chiesa locale, una priorità, sono stati chiamati alcuni esperti, tra cui, mons. William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarca latino di Gerusalemme, e Sami Al-Yousef, direttore regionale del Cnewa (Catholic Near East Welfare Association) per la Palestina e Israele. Secondo Al-Yousef, "le cause di questo problema sono soprattutto politiche e collegate all’occupazione israeliana che contempla la confisca di terre, la nascita di insediamenti. Il controllo totale degli appartamenti ha spiegato consente a Israele di continuare a costruire il muro di separazione". I numeri forniti dal direttore del Cnewa sono chiari: "Nel 1967 Israele ha unilateralmente esteso i confini municipali di Gerusalemme Est da 6 kmq a 70, espropriando la terra di 28 villaggi della West Bank. Il distretto di Betlemme, per effetto di tale operazione, ha perso circa 2.200 ettari, in gran parte di proprietà di cristiani". Oggi lì si vedono gli insediamenti di Gilo, Har Gilo, e Har Homa. Ma il muro continua a mietere terra su terra come accade a Beit Jala, dove 3.000 mq di appezzamenti, in gran parte di famiglie cristiane, sono stati espropriati per consentire il passaggio della barriera. Ma ciò che preoccupa maggiormente, adesso, afferma Al Yousef, "sono le dichiarazioni del sindaco di Gerusalemme che la scorsa settimana ha chiesto che i quartieri palestinesi della Città Santa che si trovano dietro il muro di separazione siano tagliati fuori dai confini della municipalità che non può più servirli e per questo motivo dovranno rivolgersi all’Autorità palestinese". Carenza di abitazioni anche in altre zone della West Bank come Jifna, Ein Areek, Birzeit, Zababdeh. Le stime del direttore regionale di Cnewa sono chiare: "Nella sola zona di Gerusalemme servirebbero 500 alloggi per fare fronte alle richieste. Costruire non basta avverte serve una nuova mentalità che permetta ai cristiani di restare a vivere dove si trovano e a giocare un ruolo importante nel loro quartiere". Costruire zone cristiane potrebbe, secondo Al-Yousef, "creare dei ghetti". Le idee per evitare questo rischio ci sono: "Creare un fondo per facilitare il pagamento di mutui contratti per acquistare una casa, censire le proprietà della Chiesa e degli istituti religiosi e vedere se esistono terre o strutture vuote che potrebbero essere abitate". Ma dietro il "problema casa" in Terra Santa, conclude il direttore del Cnewa, ne esiste uno legato ai diritti umani violati in questa regione: "L’occupazione deve finire e la comunità internazionale deve alzare la voce. Prendere posizione non spetta solo alla Chiesa ma anche agli Stati".
Adottare un appartamento. "Sono circa 11.600 i cristiani che vivono a Gerusalemme, il 2% della popolazione totale, e si calcola che siano dalle 400 alle 600 le famiglie che hanno bisogno di alloggio spiega mons. Shomali . Per loro la Chiesa porta avanti una serie di progetti per la costruzione e il restauro di nuovi e vecchi immobili. Le difficoltà di ottenere i permessi necessari, di acquistare delle terre, rendono tutto più difficile. Ma dobbiamo andare avanti anche facendo pressioni sullo Stato israeliano perché non faccia discriminazioni verso i cristiani e non continui con questa politica di restrizioni". "La visita di vescovi Usa e Ue conclude il vescovo ausiliare può aiutarci a lanciare un appello a tutte le loro Chiese affinché ci aiutino in questi progetti abitativi. Molte diocesi e movimenti, anche italiani, con l’Ordine equestre del Santo Sepolcro si stanno adoperando per finanziare la costruzione di molte case. Spero che altri seguano questo esempio, magari adottando un appartamento".
a cura di Daniele Rocchi, inviato SIR Europa in Terra Santa