TERRA SANTA

Messaggio all’Europa

Gerusalemme: intervista con p. Duarte da Cunha (Ccee)

L’insicurezza, l’ingiustizia e l’instabilità generate dal conflitto tra israeliani e palestinesi, l’emigrazione, la violenza crescente in alcuni settori della società israeliana, ma anche un numero in aumento di pellegrini, delle chiese vive, impegnate nel dialogo ecumenico ed interreligioso, gli sforzi umanitari di organismi cattolici verso le comunità locali: sono queste le luci e le ombre della Terra Santa, emerse nel corso della visita pastorale a Gerusalemme (dal 7 al 12 gennaio) del Coordinamento dei vescovi di Nord America e Ue per la Terra Santa (Hlc) che dal 1998, su mandato della Santa Sede e con l’organizzazione della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, si reca in Terra Santa con lo scopo di sostenere e incoraggiare i cristiani locali. A partecipare, con i vescovi di Canada, Stati Uniti, Francia, Spagna, Italia, Gran Bretagna, Paesi Scandinavi e Germania, anche padre Duarte da Cunha, segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), al quale Daniele Rocchi per SIR Europa ha chiesto un bilancio dei lavori.Quale impressione ha tratto alla fine di questa visita?“La cosa più visibile, a mio parere, qui in Terra Santa è la mancanza di speranza immediata. A fianco di una speranza legata alla fede, teologica, che rende certi che Dio sanerà ogni conflitto, si respira anche la sensazione che le cose sono arrivate all’impasse, non si fanno passi avanti ma si resta fermi sulle proprie posizioni. Ne consegue l’idea che la situazione non lascia margini di soluzione per dare il sollievo della pace a questa terra, a questi popoli”.In questi giorni lei ha potuto conoscere e parlare anche con molti cristiani locali…“I cristiani, se possibile, soffrono più di altri di questa condizione d’incertezza, stretti come sono dalla maggioranza ebraica e musulmana. La Chiesa, tuttavia, non si stanca di predicare la speranza e la riconciliazione, parlando e testimoniando Gesù in modo chiaro. I temi affrontati in questi giorni di lavoro – emergenza abitativa, violenza crescente dei coloni, occupazione militare – sembrano non avere soluzioni a portata di mano e questo aumenta la frustrazione della gente e di conseguenza anche dei nostri cristiani. Così sono in molti a emigrare”.La presenza dell’Hlc a Gerusalemme ha lo scopo di sostenerli, ma in che modo?“Per i cristiani è importante non sentirsi abbandonati e la nostra visita qui rappresenta un segno importante di vicinanza e solidarietà. Lo abbiamo visto nelle parrocchie a Nablus, nella Striscia di Gaza, nella comunità siro-cattolica di Gerusalemme: tutti hanno implorato ‘non lasciateci soli'”.Si è parlato molto anche di pellegrinaggi quali strumenti di vicinanza concreta…“I pellegrinaggi devono contemplare l’incontro con le pietre vive della Terra Santa: ne abbiamo bisogno noi per conoscere quanto accade qui e crescere nella sensibilità verso queste Chiese orientali, ne hanno bisogno loro che da noi traggono vicinanza spirituale e materiale. Dai pellegrinaggi nascono anche conversioni e legami d’amicizia che stimolano la pace. È quanto mai necessario rendersi conto di persona della situazione in atto qui, al di là della propaganda degli uni e degli altri”.Vuole dire che il pellegrinaggio non può essere separato da un’azione di testimonianza una volta tornati nelle proprie case?“A noi che veniamo qui spetta un compito molto importante: tradurre, raccontare, riportare alle nostre Chiese, alla nostra gente, ai media e, non dimentichiamolo, ai nostri governi, ciò che accade qui. La soluzione sarà più vicina quando i responsabili di questa situazione d’ingiustizia sapranno che ci sono Paesi e popoli nel mondo che seguono con attenzione le vicende di Terra Santa. Nessuno vuole essere conosciuto dal mondo come un ingiusto. Senza giustizia, ricorda il Papa, non c’è pace e senza carità e amore questa non è mai stabile”.Che significato ha avere come membro nel Ccee il patriarca latino di Gerusalemme?“La presenza nel Ccee, come invitato permanente, del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, è un segno chiaro di come gli episcopati europei ci tengano a essere informati su quanto accade in questa Terra e a essere vicini alla sua Chiesa locale. Un reciproco scambio darà frutti nel tempo. L’informazione è quanto mai urgente e utile soprattutto se la logica che l’accompagna è quella della verità e della conoscenza per evitare confusioni e disinformazioni”.In questa logica di scambio cosa possono offrire i cristiani di Terra Santa all’Europa secolarizzata?“Dai cristiani mediorientali possono venire messaggi forti per la nostra Europa secolarizzata: il primo, a mio avviso, molto importante è quello che l’esperienza della fede, qui, è un’esperienza comunitaria. Si tratta di una dimensione che manca molto in Europa dove, con l’illuminismo, la fede è diventata un’espressione individuale. L’esperienza di una fede esistenziale e al tempo stesso drammatica non può non toccarci. L’Europa deve imparare molto dai cristiani del Medio Oriente”.