ARTE E FEDE

Il bisogno di bellezza

La "via pulchritudinis" in un convegno oggi a Roma

"Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… ". Così Paolo VI si rivolgeva agli artisti, nel messaggio a loro dedicato in chiusura del Concilio Vaticano II, nel 1965. Sul tema della bellezza come "via pulchritudinis", si è svolto oggi il convegno "Sulla via della bellezza per una nuova evangelizzazione". L’incontro, organizzato dal Vicariato di Roma in collaborazione con il Pontificio Consiglio della cultura, rientra nell’ambito del progetto culturale "Una porta verso l’infinito. L’uomo e l’assoluto nell’arte", che propone per tutto il 2012 molteplici iniiziative per promuovere un dialogo tra arte e fede. "L’incontro di oggi – ha detto don Walter Inserro responsabile dell’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato, introducendo i lavori – intende offrire un approfondimento teologico a questo progetto culturale che abbiamo iniziato. La Chiesa esiste per evangelizzare e comunicare, e l’arte è la forma più alta di comunicazione del bello e dell’infinito".

L’immagine di Dio. La bellezza salverà il mondo: ma quale bellezza? È attorno all’interrogativo di Dostoevskij che ha preso vita il dibattito su bellezza e nuova evangelizzazione. "La bellezza è ciò che affascina, che crea quella forma di contemplazione che chiamiamo Amore", ha detto nel suo intervento mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che ha assunto come icona la chiesa della Sagrada Familia di Barcellona; "Gaudì – ha detto mons. Fisichella – ha saputo creare una continuità con un patrimonio antico di duemila anni, ponendo la chiesa al centro della città moderna, come richiamo alla bellezza di Dio per l’uomo di oggi". Mons Fisichella ha ricordato l’importanza dell’icona, dell’immagine nel Cristianesimo, una religione "fortemente innovativa" perché l’unica monoteista ad ammettere la rappresentazione di Dio, che vede in Cristo la "immagine del Dio invisibile". Mons. Fisichella ha ricordato il legame che unisce Chiesa e artisti: "Abbiamo bisogno – ha detto – di uomini e donne, di artisti che abbiano a descrivere il mistero di sempre con un linguaggio nuovo, e la Chiesa è obbligata a immettersi in questo sforzo per recuperare un dialogo che a volte è andato perduto". "L’arte non potrà far altro che riprodurre sempre la bellezza di Dio – ha aggiunto – per questo sforzo la Chiesa non sarà mai abbastanza grata agli artisti, a quelli capaci di esprimere la bellezza del Mistero accogliendo questa sfida".

La bellezza dei fedeli. Nel corso dell’incontro è venuta spesso alla luce una rottura tra passato e presente nell’arte contemporanea, un’arte che "ha fatto tabula rasa delle sue radici culturali", e che ha eliminato "il volto dell’uomo" nelle sue produzioni, che ha ricercato "l’esteticità e non la bellezza" in maniera "autoreferenziale". "In questo momento di inquietudine – ha detto nel suo intervento l’architetto Paolo Portoghesi – l’artista si fa portavoce dell’universale ricerca della redenzione". Portoghesi ha sottolineato come nell’architettura sacra di oggi "manca il trascendente, la verticalità", e ci si concentri invece sulla "funzionalità": ""L’arte per evangelizzare – ha detto – deve porre al centro della sua produzione l’Alto. Non si può costruire una chiesa senza tener conto del processo di continuità che accompagna il Cristianesimo da secoli. Solo così – ha aggiunto Portoghesi – si comprende che non si sta costruendo un edificio come un altro". Parlando di nuova evangelizzazione l’architetto ha sottolineato come la bellezza di cui la Chiesa ha bisogno non si trovi solo nell’arte, ma "dentro noi stessi", in quel "tempio santo e misterioso che brilla di una bellezza celeste": "La bellezza del Cristianesimo – ha detto Portoghesi – sono i suoi fedeli. Chi porta questo tempio sa dove trovare il diamante". "L’arte non può essere goduta senza un ritorno alla nostra bellezza, che deve ritrovare la sintonia con quella del Creato. Credo sia questa la bellezza che salverà il mondo", ha concluso.

Il compito del cronista. Che tipo di bellezza comunicano i giornali? Su questo interrogativo si è soffermato Marco Tarquinio, direttore di "Avvenire". "La bellezza presunta delle cronache – ha detto – fatta di bei corpi, belle carriere, è piena d’ombre, anzi è nera". Il direttore di "Avvenire" ha ricordato alcune esperienze legate alle scelte "scandalosamente controcorrente" di dare voce alla "foresta che cresce", di dare spazio alla cronaca bianca, una cronaca "che fa luce". "Il compito del cronista – ha affermato – nella complessità del tempo è di raccontare la verità in cui crediamo, cioè quella del volto di Cristo, la vera bellezza sottaciuta, e contrastare la bellezza mendace che fa l’uomo più piccolo". "E il volto di Cristo, il volto dell’Amore – ha continuato è riconoscibile nel volto di chi appare inerme e debole, nel volto dei piccoli, di chi è giusto. Ed è una bugia dire che raccontando questo non si fa notizia".