TERRA SANTA
Migranti in Israele: molti sono cristiani di lingua russa
In Israele ci sono oltre 200 mila lavoratori stranieri (filippini, thai, indiani, cingalesi, latinoamericani, europei dell’Est), 30 mila richiedenti asilo, in larghissima maggioranza dall’Africa. A costoro vanno aggiunti circa 1 milione di emigrati russi, di questi 315 mila sono definiti ufficialmente non-ebrei con un 10% di cristiani. Questo il panorama delle migrazioni in Israele secondo il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal. Dati che non tengono conto della popolazione palestinese locale, divenuta anch’essa migrante dopo il 1948, anno di nascita dello Stato d’Israele, e di tutti coloro che arrivano nel Paese come ebrei, sperando di diventarne cittadini.
A fianco dei poveri. Il fenomeno dell’immigrazione è molto attuale e dibattuto in Israele dove il 9 gennaio la Knesset, il Parlamento, ha votato a maggioranza una legge che è un vero e proprio giro di vite nei confronti dei clandestini, passibili, se scoperti, di carcere senza processo legale. Ne sanno qualcosa anche bambini come Kimberly, di tre anni e mezzo, nata in Israele da genitori filippini residente con la madre a Tel Aviv; come Geraldine, di tre anni, anch’essa residente nella capitale israeliana. Secondo il quotidiano "Haaretz", le autorità del Paese avrebbero intenzione di deportare 150 famiglie con i loro bambini. Sarebbero, inoltre, 12 i piccoli arrestati con le loro madri nelle scorse settimane, con l’accusa di essere immigrati illegali, privi di permesso di soggiorno valido. Organizzazioni israeliane per i diritti umani, come "Israele Children", sostengono, invece, che questi bambini sono nati in Israele, parlano ebraico, e sono integrati nel sistema scolastico. Quello degli immigrati stranieri, molti dei quali sono cristiani e cattolici di lingua russa, è un nuovo fronte pastorale che non manca di creare qualche apprensione anche alla Custodia di Terra Santa e al Patriarcato latino di Gerusalemme. Padre David Neuhaus, gesuita, è vicario patriarcale per i cattolici d’espressione ebraica e coordinatore della Commissione patriarcale impegnata nella pastorale dei migranti e dei richiedenti asilo: "La Chiesa ha il dovere di essere presente in mezzo a loro che vivono e si rapportano con un mondo ebraico. La piccola comunità cattolica di espressione ebraica ha, in questo senso, una missione importante". A fianco dei lavoratori stranieri vivono "emarginati e poveri, i richiedenti asilo, da tenere distinti dai rifugiati, status che Israele riconosce con estrema difficoltà. Il gruppo più numeroso è quello degli eritrei, 90% cristiani ortodossi e 10% cattolici, ci sono poi sudanesi, ivoriani e congolesi, privi di lavoro, senza assistenza sanitaria. La Chiesa locale si rivolge anche a loro". Gli ostacoli non mancano, a partire dal fatto che la maggior parte degli immigrati vive in grandi città israeliane dove non vi è una presenza tradizionale della Chiesa. A Tel Aviv, per esempio, spiega padre Neuhaus, "ci sono moltissimi immigrati cattolici ma pochissimi sacerdoti e operatori pastorali".
Investire sui bambini. C’è un campo, avverte il vicario, in cui "la Chiesa è chiamata a investire enormemente, ed è quello dei bambini, in particolare i nati in Israele. Sia i figli degli immigrati che quelli dei richiedenti asilo, per legge, devono frequentare le scuole statali, dove ricevono una buona istruzione. Diventano israeliani non per diritto ma per cultura, senza conoscere la Chiesa. La nostra preoccupazione afferma il religioso è rafforzare la formazione cattolica dei più piccoli, pubblicando testi in ebraico adatti a loro su Cristo e la Chiesa, organizzando dei campi estivi e formando catechisti. Dobbiamo offrire ai più piccoli lezioni di educazione religiosa, perché abbiano un’identità cattolica. A scuola non ricevono alcun insegnamento sul Cristianesimo". Davanti ai migranti l’atteggiamento d’Israele "è piuttosto confuso. Sa di non poter fare a meno della loro presenza, ma è anche preoccupato di perdere il suo carattere ebraico. C’è una parte dell’opinione pubblica che non vuole che i migranti si stabiliscano permanentemente nel Paese, altri invece sono favorevoli. La sfida per gli israeliani dichiara Neuhaus è realizzare che esiste una minoranza che cerca d’integrarsi nel loro Paese e che si sente a suo agio in questa cultura".
Nuovi evangelizzatori. Intanto qualcosa sembra muoversi, soprattutto nel piano dei rapporti tra Chiesa e comunità ebraica. "Grazie alla presenza dei migranti spiega il vicario molti ebrei stanno conoscendo il Cristianesimo sotto un’altra luce. Abbiamo vissuto processioni di indiani e filippini nelle strade. Non vi è stato alcun rifiuto, anche se, naturalmente, la croce è a volte scioccante. Gli ebrei sono affascinati da queste processioni colorate che danno un quadro diverso del cristianesimo. Un cristianesimo che non è europeo e, quindi, non legato a traumi della storia. La memoria di alcuni ebrei, infatti, torna ai tragici eventi dell’Olocausto. La testimonianza di un filippino o di un africano è priva del senso di colpa presente in tanti europei". Ma c’è un altro aspetto da non sottovalutare: "Molti di questi immigrati vivono in famiglie ebree. Donne filippine o africane si occupano di anziani e bambini e creano bellissimi rapporti. I migranti sono in genere persone semplici che vogliono guadagnarsi da vivere. La loro semplicità è una forma di evangelizzazione dentro la società ebraica da incoraggiare per promuovere un cambiamento nel modo di intendere il cristianesimo da parte degli ebrei".
a cura di Daniele Rocchi, inviato SIR Europa in Terra Santa