50° CONCILIO VATICANO II

Ritrovare i fratelli

L’unità dei cristiani e il dialogo con gli ebrei

È dal 1966 che la Chiesa celebra la Settimana di preghiera per chiedere l’unità dei cristiani (18-25 gennaio). Appuntamento non rituale ma sostanziale, contributo a quel celebrare insieme che è auspicio e speranza ancor prima del Concilio Ecumenico Vaticano II, indetto da papa Giovanni XXIII. Già da patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli è attento all’ecumenismo: quando arriva nella città lagunare trova una realtà che opera già dal 1947, come luogo di dialogo con chi crede diversamente. A fondare il movimento è una donna, Maria Vingiani, che, all’annuncio del Concilio, si trasferirà a Roma per far diventare nazionale, il Segretariato attività ecumeniche.
C’è da ricordare che Roncalli è stato prima visitatore e poi delegato apostolico in Bulgaria, dove trova un re di religione greco ortodossa, come la maggioranza della popolazione, e una regina cattolica, figlia del re d’Italia. Ed è stato, dal 1934, delegato apostolico in Turchia e Grecia, dove, cinque anni più tardi, farà visita al patriarca ecumenico di Costantinopoli. Già da questi elementi si può cogliere quella volontà di conoscere e di dialogare che avrebbe portato il futuro Giovanni XXIII a invitare i cristiani separati da Roma a prendere parte, in una forma qualsiasi, al Concilio, proprio come primo passo verso l’unità della Chiesa.
La Settimana di preghiera è chiamata ogni anno a riproporre il cammino del dialogo tra i cristiani, proprio come esperienza comune di conoscenza reciproca. È preceduta, la Settimana, da una Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici e ebrei (17 gennaio), che quest’anno ha per tema il comandamento "non uccidere".

C’è un altro nome che accompagna il dialogo con le altre religioni del "Papa buono": Jules Isaac. Generazioni di francesi hanno studiato sul manuale di storia Malet-Isaac; la moglie e due figli moriranno ad Auschwitz perché ebrei. Il cruccio di questo professore e storico è capire perché nell’Europa cristiana si è potuto vivere un odio così profondo contro il popolo dell’Alleanza. Chiede udienza a Pio XII che lo riceve a Castel Gandolfo il 16 ottobre 1949, nel giorno in cui sei anni prima è avvenuta la deportazione degli ebrei romani. Incontra poi Giovanni XXIII il 13 giugno 1960: l’anno prima Roncalli aveva annunciato nella basilica di San Paolo – "certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito" – il Concilio Ecumenico Vaticano II. Dirà in una successiva occasione: "Noi presenteremo la Chiesa in tutto il suo splendore, senza macchia e senza ruga e diremo a tutti coloro che sono separati da noi: vedete fratelli questa è la Chiesa di Cristo, e ad esso noi ci siamo sforzati di rimanere fedeli".
Ma stiamo all’incontro tra papa Giovanni e Jules Isaac, all’inizio del cammino dei lavori preparatori dell’assise conciliare. "Parlo a nome dei martiri di tutti i tempi: le mie prove, i lutti, le supreme raccomandazioni che ho ricevuto mi hanno confermato che è veramente una missione sacra. Sono sopravvissuto per portarla a termine", dirà a Giovanni XXIII l’autore di "Jésus et Israel", consegnando un dossier nel quale evidenzia i punti da rivedere nell’insegnamento cristiano sugli ebrei, e chiedendo se può nutrire qualche speranza: "Voi avete diritto a molto più della speranza", è la risposta di papa Roncalli.
Il dossier finisce nelle mani di un gesuita, il cardinale Agostino Bea – ecco un terzo nome in questo ricordare l’evoluzione del dialogo interreligioso e il movimento ecumenico – che proprio nel 1960 Roncalli nomina presidente del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, figura chiave dell’ecumenismo e del dialogo ebraico-cristiano. Di lui il rabbino capo Elio Toaff dirà: "Mi confidò che, essendo tedesco di nascita, sentiva tutto il peso del male che il suo popolo aveva fatto agli ebrei e voleva fare qualcosa per riparare, sia pure in minima parte".

Il cardinale Bea sarà uno dei protagonisti del Concilio e della stesura della "Nostra Aetate", la Dichiarazione su "Le relazioni della Chiesa con le altre religioni non cristiane", che viene promulgata il 28 ottobre 1965. Ma né papa Roncalli, né Jules Isaac ne vedranno la pubblicazione: Giovanni XXIII morirà il 3 giugno 1963, Isaac tre mesi dopo.
Le parole del documento del Concilio verranno ripetute con forza da Giovanni Paolo II nella storica visita alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986: la Chiesa "spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odii, le persecuzioni, e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque".
Quando Giovanni XXIII entra in San Pietro l’11 ottobre 1962 per pronunciare il discorso di apertura dell’assise ecumenica – "Gaudet mater ecclesia", "Oggi la santa Madre Chiesa gioisce" – nel guardare i 2.700 vescovi, gli 80 cardinali, i delegati fraterni, i due rappresentanti del Patriarcato ortodosso di Mosca, e poi ancora luterani, anglicani, metodisti, evangelici e quaccheri, avrà sicuramente gioito anche lui nel vedere insieme credenti di diverse Confessioni. Dirà nel suo discorso: "La Buona Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più oltre la loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento dei suoi disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane diversità, dispone per il maggior bene della Chiesa".

Fabio Zavattaro

(18 gennaio 2012)