MIGRAZIONI ASIA-ITALIA
Come vivono gli asiatici in Italia? Se ne parla al viaggio-studio del Dossier
I bangladesi costruiscono navi da crociera o gestiscono call center e negozi. Gli indiani sikh allevano mucche per produrre grana padano o mozzarelle. I filippini lavorano come colf. Gli afgani, gli iracheni e i curdi fuggono dai loro Paesi in cerca di asilo politico e si ritrovano invece in strada in condizioni precarie. Sono i tratti distintivi di alcune comunità asiatiche che vivono e lavorano in Italia, di cui si è parlato oggi durante la quarta giornata dei lavori del viaggio-studio, sul tema "Asia-Italia: scenari migratori" organizzato a Manila, fino a domani, dal Dossier statistico immigrazione Caritas-Migrantes. Vi partecipano una trentina di esperti italiani e filippini.
Bangladesi, tra phone center e cantieri navali. Sono oltre 82.000 gli immigrati del Bangladesh in Italia, molto organizzati tra loro con un sistema di welfare informale. Avviano phone center, rivendite alimentari, abbigliamento, gioielli e dvd e altre attività commerciali. A Roma, nel quartiere Tor Pignattara, c’è una vera e propria "Bangla town", con moschea e feste tradizionali. E a Monfalcone costruiscono navi da crociera. Le rimesse inviate dall’Italia verso il Bangladesh nel 2010 sono state 193 milioni e 500 mila euro. I bangladesi vivono soprattutto in Veneto, Lombardia e Lazio (ciascuna con quote di un quinto). Le donne sono il 32,5% della collettività, mentre gli alunni nelle scuole italiane sono 10.516. Singolare è l’insediamento a Monfalcone, in provincia di Gorizia, dove i 1.455 bangladesi (ma si stimano almeno 2 mila presenze) lavorano prevalentemente nel cantiere navale, dove costruiscono navi da crociera. In maggioranza sono ingaggi di armatori inglesi. Un comparto "che sta dando segnali di crisi precisa al SIR Andrea Barachino, redattore regionale del Dossier per il Friuli Venezia Giulia e che porterà grossi problemi occupazionali. Per la costruzione delle navi sono necessari almeno due anni, ma sono diminuite le commesse, per gli alti costi del settore. Molti bangladesi, che lavorano in ditte subappaltate, sono già in cassa integrazione. La crisi e la necessità di lavorare rischia di rafforzare il fenomeno del caporalato, che vede coinvolti nella parte degli sfruttatori anche dei bangladesi". Lo sfruttamento è, infatti, molto presente: vivono in appartamenti sovraffollati pagando affitti esosi, non parlano bene l’italiano e dipendono da alcuni capi della comunità.
Gli indiani sikh, "turbanti che non turbano". I sikh in Italia, che costituiscono la maggior parte dei 120.000 indiani residenti, lavorano nel settore agricolo, nell’allevamento del bestiame e nella produzione lattiero-casearia e vivono prevalentemente nelle aree rurali. A Novellara (Reggio Emilia) hanno un grande tempio religioso dove mantengono vive le proprie tradizioni. Moltissimi hanno rinunciato a indossare il turbante per inserirsi più facilmente nella società italiana. È il ritratto della comunità sikh in Italia tracciato da Pietro Pinto, del Comitato scientifico del Dossier. L’Italia è l’unico Paese in cui i sikh lavorano come allevatori. Negli Stati Uniti, in Canada o in Inghilterra, hanno anche ruoli dirigenziali. La religione sikh pervade tutta la vita dei fedeli: sono guidati da un codice di condotta che ne orienta il comportamento, prescrivendo, tra l’altro, di portare il turbante, indossare il vestito tradizionale e altri simboli. Eppure "molti sikh ha fatto notare Pinto , nei primi anni di permanenza in Italia scelgono di togliere il turbante e di tagliarsi i capelli, convinti che questo agevoli l’inserimento lavorativo e sociale nel nostro Paese". A Brescia, Mantova e Cremona (da dove proviene il 30% della produzione nazionale di latte), sono gli indiani sikh a sostenere l’attività zootecnica e la produzione del grana padano. Anche nella provincia di Latina circa 2.000 sikh lavorano nell’allevamento di bestiame e nella produzione lattiero-casearia. Alcuni, dopo qualche anno, si spostano poi al Nord per guadagnare di più. Pinto li ha definiti: "Turbanti che non turbano".
Afgani, iracheni e curdi, "accoglienza carente". Afgani, iracheni e curdi vengono in Italia per chiedere asilo politico e si trovano a vivere invece in condizioni socio-abitative molto precarie. È quanto emerge da uno studio presentato da Ginevra Demaio, del Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes. Afgani, iracheni e curdi. Sono accomunati "dai piccoli numeri, il bisogno di protezione internazionale, la prevalenza maschile, l’aspirazione a raggiungere il Nord Europa (più accogliente con i rifugiati), l’assenza di una rete comunitaria di aiuto per i nuovi arrivati, soluzioni abitative spontanee, a volte in condizioni igienico-sanitarie molto precarie". Gli afgani in Italia sono 4.402, con moltissimi minori. A Roma, gli afgani vivono alla stazione Ostiense, in condizioni igienico-sanitarie gravi, nascosti alla vista della cittadinanza e della polizia, che periodicamente li sgombera. Solo tra gennaio e giugno 2011, vi sono transitati almeno 400 minori. Anche gli iracheni, soprattutto curdi, fuggono per motivi politici e religiosi. A Roma hanno vissuto, per molto tempo, a Colle Oppio, vicino alla stazione Termini, in "case" di cartone. I curdi, non avendo uno Stato riconosciuto, non esistono nelle statistiche ufficiali se non come turchi, siriani, iracheni o iraniani, per cui mancano cifre ufficiali, ma si parla di circa 7.000 presenze.
a cura di Patrizia Caiffa, inviata SIR a Manila (Filippine)