CROAZIA
I croati sono chiamati alle urne oggi per dire sì all’adesione all’Unione europea
I croati sono chiamati alle urne il 22 gennaio per dire sì all’adesione all’Unione europea. Il trattato tra i 27 e Zagabria è stato firmato lo scorso 9 dicembre, dopo anni di negoziati, a tratti anche tesi, soprattutto per via della pesante eredità della guerra balcanica degli anni ’90, seguita all’implosione della Jugoslavia. I sondaggi più recenti hanno evidenziato che il 60 per cento degli elettori si sarebbe espressa con un voto favorevole: i maggiori partiti (sia il centrosinistra attualmente al governo, sia il centrodestra che ha condotto i negoziati con Bruxelles) si sono schierati per il sì, come hanno fatto la Chiesa cattolica, la società civile, gli intellettuali e buona parte dei mass media. Sul versante opposto si sono ritrovati la destra nazionalista e frange estreme della popolazione, ma con motivazioni apparse sempre meno convincenti.
Di certo il referendum arriva in un momento in cui l’immagine complessiva dell’Ue, segnata dalla crisi economica e finanziaria, non è allettante. D’altronde in Croazia si è da anni consolidata la convinzione che l’approdo post comunista e post bellico del paese non può che essere l’Europa, a suo modo garante della stabilità e della democrazia, dei diritti e di uno sviluppo materiale considerevole, nonostante l’attuale difficile fase.
Proprio in vista del referendum il Parlamento croato ha approvato quasi all’unanimità un documento che invita i cittadini a dire sì all’Europa. "Entrando nell’Unione, la Croazia si assicurerà un ambiente macroeconomico e finanziario stabile e un sistema giuridico efficace vi si legge -, fattori che potranno contribuire allo sviluppo e alla crescita dell’economia e al benessere dei cittadini". I deputati hanno segnalato agli elettori che la pace e "i buoni rapporti tra i popoli" sono "valori fondamentali sui quali si basa l’Europa unita". E la Croazia, piccolo e finora tribolato paese balcanico, ha bisogno di sentirsi di nuovo europea a tutto tondo. Un paese pacificato con i vicini, pur mantenendo un indubbio e forte orgoglio nazionale.
L’adesione della Croazia segnala del resto all’Europa comunitaria che il processo di allargamento non può considerarsi concluso e che c’è ancora un’ampia parte di Europa storica, geografica, culturale, che vive fuori dai confini Ue. I Balcani, l’Ucraina, la Bielorussia, l’Islanda e persino la Turchia (nonostante il raffreddamento dei rapporti con l’Ue) hanno bisogno della "casa comune" per misurarsi con la globalizzazione e per guardare avanti con serenità.
Per la verità l’Europa dell’est ex comunista, della quale la Croazia ha pur fatto parte fino alla caduta della Cortina di ferro, vive la propria presenza nell’Unione in maniera differente. L’Ungheria ad esempio – deve giustificare nei prossimi giorni a Bruxelles le sue ultime riforme e leggi, che sembrano andare in una direzione opposta rispetto all’acquis comunitario. In Romania le piazze sono occupate da cittadini che non comprendono le ragioni dell’austerità imposte dal governo. Malumori serpeggiano anche altrove. In Polonia, invece, sembra di respirare in questo momento un’aria pro-Unione. Non a caso il sito di informazione croato "Tportal" ha scritto nei giorni scorsi: "Anche i polacchi sono entrati nell’Europa pieni di timori, in particolare sulla perdita della loro sovranità e sulla scomparsa del mondo rurale. Come in Croazia, la Chiesa cattolica polacca si è battuta in favore dell’Europa". Secondo il sito, la Polonia, smentendo i timori del passato, "ha mostrato che si può trarre profitto dall’adesione all’Ue in un momento in cui la maggior parte dei paesi grandi, potenti e ricchi attraversano una crisi profonda. La Polonia è rimasta Polonia ed è diventata Europa". Domani potrebbe accadere anche per la Croazia.