50° CONCILIO VATICANO II

Lo slancio degli apostoli

La grande attualità del decreto “Ad gentes”

Centosettantasette proposte raccolte nel periodo preparatorio del Concilio Vaticano II, per stendere quello che sarebbe poi diventato il testo sulle missioni. Una Commissione "De missionibus" presieduta dal cardinale Gregorio Pietro Agagianian, il porporato armeno che, nel 1958, è stato uno dei candidati alla successione di papa Pio XII, in quel Conclave che vedrà eletto il patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli. Cinque sottocommissioni nate dalla originaria Commissione, per elaborare sette schemi. Inizia così l’iter del decreto conciliare che vedrà la luce il 7 dicembre 1965 con il titolo "Ad gentes": 2.394 voti positivi e solo 5 contrari.
Nella situazione attuale delle cose, si legge nel documento, "in cui va profilandosi una nuova condizione per l’uomo, la Chiesa, che è sale della terra e luce del mondo, avverte in maniera più urgente la propria vocazione di salvare e di rinnovare ogni creatura, perché tutte le cose in Cristo siano ricapitolate e gli uomini in lui costituiscano una sola famiglia e un solo popolo di Dio". Il Concilio, proprio grazie alla presenza di vescovi provenienti da ogni angolo della terra, assumeva un respiro molto più universale e le storie, le difficoltà, i problemi di Asia, Africa, America Latina e Oceania trovavano espressione nelle voci di testimoni che "si facevano interpreti delle complesse realtà dell’allora cosiddetto terzo mondo", scrive Benedetto XVI nel messaggio per la 86ª Giornata missionaria mondiale (21 ottobre 2012). È stato, il Concilio, il luogo in cui il Nord ricco si è reso conto della ricchezza di cultura, tradizioni, esperienze che proveniva dal Sud del mondo.

L’attenzione missionaria della Chiesa sempre presente, tanto che siamo alla ottantaseiesima Giornata, con il Vaticano II trova nuovo slancio proprio nella presenza di vescovi e pastori che dalle terre di missione, come si diceva, portavano la loro appassionata testimonianza di evangelizzatori in una realtà in cui la Chiesa cattolica è minoranza e, spesso, Chiesa priva di mezzi.
Benedetto XVI nel messaggio ricorda proprio la sua esperienza di giovane sacerdote presente ai lavori del Concilio per dire che proprio quell’esperienza di "essere pastori di Chiese giovani e in via di formazione" – portata fra i seggi conciliari dai presuli dell’Africa e dell’America Latina, dell’Asia e dell’Oceania – contribuì "in maniera rilevante a riaffermare la necessità e l’urgenza dell’evangelizzazione ad gentes". Nei 50 anni successivi al Concilio questa "visione", afferma il Papa, "non è venuta meno", anzi ha stimolato "una feconda riflessione teologica e pastorale". Tutti i Pontefici dell’epoca contemporanea l’hanno sempre rilanciata come una "priorità". Il mandato missionario di Cristo, scrive ancora Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata del prossimo ottobre, mandato affidato per primo agli apostoli e dunque oggi ai vescovi, non si esaurisce "nell’attenzione alla porzione di popolo di Dio" loro affidata, ma "deve coinvolgere tutta l’attività della Chiesa", dalle parrocchie agli istituti religiosi, dai movimenti ecclesiali ai singoli cristiani. Per questo tanto i piani pastorali quanto l’organizzazione diocesana devono adeguarsi alla vita della Chiesa radicata nella quotidianità di un "mondo – osserva – in continuo cambiamento" e in larga parte, non solo a Occidente, "in crisi di fede".

Ed ecco che il messaggio trova una seconda attenzione nell’Anno della fede che papa Benedetto ha voluto indire proprio per accompagnare la memoria dell’evento conciliare che si è aperto 50 anni fa, l’11 ottobre 1962.
Ma torniamo al messaggio e al decreto "Ad gentes". Cosa ha significato per la vita della Chiesa questo testo? Sicuramente ha dato vita a un impegno missionario di cui oggi si possono cogliere i frutti anche nei volti di sacerdoti e religiosi che troviamo nelle nostre Chiese locali e che sempre più ci mostrano come la Chiesa sia viva e vivace in Africa, in America Latina. In un certo senso i viaggi dei Papi nel cosiddetto terzo mondo sono figli di quel testo del Concilio: Paolo VI che va in Uganda, in India, primo Papa a mettere piede in quei continenti. E poi l’ansia missionaria di Giovanni Paolo II che ha voluto raggiungere anche le più estreme latitudini per portare la parola del Vangelo a popoli che assai difficilmente avrebbero potuto compiere il viaggio fino a Roma.

Papi messaggeri di una Chiesa attenta ai poveri, agli ultimi; testimoni di un Cristo che parla all’uomo di oggi. Annunciatori di un Vangelo che diventa "intervento in aiuto del prossimo – scrive il Papa nel messaggio per la Giornata missionaria – giustizia verso i più poveri, possibilità di istruzione nei più sperduti villaggi, assistenza medica in luoghi remoti, emancipazione dalla miseria, riabilitazione di chi è emarginato, sostegno allo sviluppo dei popoli, superamento delle divisioni etniche, rispetto per la vita in ogni sua fase". Abbiamo bisogno, scrive ancora il Papa, "di riprendere lo stesso slancio apostolico delle prime comunità cristiane che, piccole e indifese, furono capaci, con l’annuncio e la testimonianza, di diffondere il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto".

Fabio Zavattaro

(30 gennaio 2012)