ANGELUS

Giobbe nostro fratello

L’interrogativo tagliente sulla sofferenza, su Dio e sulla liberazione dal male

Una constatazione: chi mai non ha provato la stretta della malattia, propria o di qualche caro? Chi mai non ha reagito con sdegno ad una malattia improvvisa e che, fin dall’inizio, non lascia scampo?
Se ne può parlare quindi con cognizione di causa, non in astratto o per ipotesi. Anzi, è bene lasciar affiorare il sentire ed anche il risentimento.
Spesso riconosciamo fratello Giobbe quando se la prende con il Creatore e Lo investe con tutta la drammaticità di quanto gli accade.
Fratello in umanità, il nostro Giobbe; fratello in umanità che può lasciarci trasfigurare nel divino, il Signore Gesù. Non solo per la "brutta" fine che ha fatto, densa di sofferenze, bensì per la Sua reazione che ci pone dinanzi ad un interrogativo ancora più tagliente: non è proprio di Lui che i quattro Evangelisti concordi attestano "che la liberazione da malattie e infermità di ogni genere costituì, insieme con la predicazione, la principale attività di Gesù nella sua vita pubblica"?
Due tronconi spezzati generano in noi perplessità: Egli guariva, troncone primo; noi ci ammaliamo, troncone secondo.
Se "le malattie sono un segno dell’azione del Male nel mondo e nell’uomo" e "le guarigioni dimostrano che il Regno di Dio è vicino. Gesù Cristo è venuto a sconfiggere il Male alla radice", noi, concretamente, dove ci collochiamo?
Nella Sua stessa vittoria che ha trapassato la vita Sua e di tutti con la sofferenza e la morte e la grande potenza della Risurrezione.
La medicina, nell’ultimo secolo, ha mosso passi da gigante e riesce ad alleviare la sofferenza e, spesso, a vincerla quando sperimentiamo sulla nostra pelle che siamo realmente uomini e donne, cioè persone che possono, da un momento all’altro, venire investite dalla malattia e toccare con mano che cosa significhi essere deboli, non poter più badare a se stessi ma doversi consegnare all’aiuto altrui.
È possibile però uno scarto, profondo e di radice, che può capovolgere non l’esito della malattia ma la sua realtà esistenziale quotidiana, come insegna Papa Benedetto: "potremmo dire, con un paradosso, che la malattia può essere un momento salutare in cui si può sperimentare l’attenzione degli altri e donare attenzione agli altri!". Ho scritto "scarto" di proposito e non passaggio perché il primo termine è dinamico e presuppone l’abbandono della propria posizione per assumerne un’altra, magari faticosa, certamente nuova e diversa.
Stare male, patire e sapersi dimenticare non per uno stoicismo a prova di bomba, per un’impassibilità che tutto nega, ma perché l’altro, quello che mi sta vicino, ha più bisogno di me o, quanto meno, ha bisogno di vedere in me una certezza che muta il segno della vita perché sconfigge il Male stesso: "L’amore di Dio".
Qualunque cosa accada, qualsiasi sia la portata della sofferenza che piomba sulla vita, nulla potrà intaccare la fede, la relazione profonda con il Creatore che è Padre. Se è relazione significa che i due si guardano, si ascoltano, che la persona umana ha appreso a respirare l’aria quotidiana "tenendo il cuore immerso nell’amore di Dio".
Produce viva e salutare impressione entrare in contatto con i testimoni della sofferenza che, proprio perché immersi nel dolore fisico più acuto, si dilatano nell’immersione fuori di loro e diventano, come la giovane ragazza beata Chiara Badano, portatori di vittoria sul Male stesso che la consuma, irradiando quindi "luce e fiducia".
L’altra dimensione della vita, quella vera, che a Lourdes risplende in tutta la sua vittoriosa pienezza.