GIOVANI E SOCIETÀ

La cultura del dono

Donazione del sangue ed evoluzione demografica del Paese

"Il donatore di sangue non è un eroe. Donare è un’azione politica nel senso greco del fare". A dirlo è Aldo Ozino Caligaris, presidente nazionale della Federazione italiana associazioni donatori di sangue (Fidas), che raccoglie 73 associazioni autonome cui aderiscono circa 450 mila donatori volontari. Oggi la Fidas presenterà il volume sullo studio, condotto con Censis, "Donazione del sangue alla luce dell’evoluzione demografica del Paese", il quale evidenzia il ruolo di primo piano dei giovani a fronte del progressivo invecchiamento della popolazione. Sul futuro della donazione, abbiamo parlato con il presidente Fidas.

Lo studio condotto con Censis preannuncia un calo del numero dei donatori per i prossimi anni…
"Oggi quasi tre terapie trasfusionali su quattro vengono richieste per pazienti che hanno più di 75 anni, e poiché questa fascia di popolazione è in continuo aumento, mentre abbiamo un forte calo di donatori nella fascia 18/45 anni, rischiamo di non avere quel ricambio generazionale a fronte di un invecchiamento della popolazione. Per questo vanno sollecitati i giovani potenziando la comunicazione, l’informazione e la formazione dei volontari. Oggi circa il 18% della popolazione totale dei donatori Fidas ha meno di trent’anni. Ma calcolando che nei prossimi dieci anni questa percentuale sarà quella che verrà a sovrapporsi ai donatori tra i 30 e i 45 anni, che oggi costituiscono il 25%, ci rendiamo conto che il numero è insufficiente. Lo studio porta a una considerazione finale molto semplice: nei prossimi dieci anni a fronte di un aumento del consumo medio di sangue di oltre il 9%, se noi non adottiamo da oggi dei correttivi per poter implementare la donazione soprattutto nelle fasce di età più basse, avremmo un calo delle donazioni del 9%. Il che vorrebbe dire una forbice quasi del 18%".

In questo panorama un ruolo chiave potrebbe essere quello dei nuovi cittadini. Quanti sono i donatori stranieri in Italia?
"A fronte dei dati Istat, che vedono i cittadini stranieri corrispondere ormai al 10% della popolazione italiana, abbiamo una percentuale di donatori bassa, cioè il 20% in meno rispetto agli italiani. Il motivo è che non sono ancora stati adottati dei meccanismi d’integrazione, e la situazione è molto disomogenea sul territorio nazionale. Ci sono però degli esempi virtuosi. Il Veneto ha fatto un bellissimo percorso d’integrazione multietnica per avvicinare i donatori provenienti dall’Africa, dall’Asia, divulgando materiale informativo multilingue. Anche la Toscana ha fatto un’operazione particolarissima, una campagna per coinvolgere i cittadini stranieri. La popolazione italiana invecchia, e bisogna puntare sui nuovi cittadini. Siamo il Paese col più basso indice di natalità nel mondo, e sarebbe ancora più basso se non avessimo le nascite di cittadini stranieri. Ma in molte culture, come quella africana o asiatica, non esiste la cultura della donazione del sangue. Il donatore per poter fare un gesto volontario deve essere informato".

Spesso la comunicazione sulla donazione di sangue è legata a particolari situazioni di emergenza. Il bisogno di sangue è invece quotidiano…
"Ogni giorno nel nostro Paese avvengono oltre 9 mila 300 eventi trasfusionali, quasi 4 milioni l’anno. L’anno scorso sono stati fatti 3 mila e 200 trapianti di organi: ma i trapianti spesso non si fanno perché non c’è il sangue disponibile. Nel 2011 abbiamo raccolto 3 milioni e 100 mila unità di sangue, di cui 2 milioni e mezzo di sangue intero, di globuli rossi che sono il principale presidio per la chirurgia, l’emergenza, l’oncologia, per i pazienti anemici, e per i talassemici ai quali deve essere garantita almeno una trasfusione ogni 28 giorni per poter vivere. Altre 600 mila donazioni sono state trattate con aferesi, con la quale si raccolgono emocomponenti come il plasma, indispensabile per la produzione di medicinali plasma derivati".

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sono 40 i Paesi nel mondo dove le riserve di sangue dipendono da parenti o da donatori retribuiti. Che valore ha il gesto gratuito della donazione volontaria?
"Lo studio della Who (World Health Organization), evidenzia che nei Paesi sottosviluppati e quelli in via di sviluppo, si sta progressivamente inferendo il concetto di donazione volontaria gratuita, mentre nei Paesi sviluppati questo concetto è consolidato. Tuttavia, Paesi come la Germania, l’Austria o la Finlandia, retribuiscono in qualche maniera le donazioni in particolare quelle di plasma per produrre medicinali, mentre negli Stati Uniti le donazioni sono ancora remunerate. Non è, dunque, una questione legata solo allo sviluppo. Gli obiettivi fissati dalla Who, rischiano di essere messi in crisi dalla carenza di sangue. Nel mondo abbiamo poco più di 80 milioni di donazioni l’anno, quando, secondo la Who, ci vorrebbero circa 40 donazioni per mille abitanti. Per raggiungere questo equilibrio avremmo, dunque, bisogno di 280 milioni di donazioni. Ne abbiamo poco meno di un terzo. Il sistema sanitario italiano è pubblico, universale e solidaristico. È garantito a tutti e vede la compartecipazione dei cittadini per raggiungere questi obiettivi".