GRECIA

In corsa contro il tempo

Mentre Moody’s prende di nuovo di mira l’Eurozona

Al di là della decisione di assegnare alla Grecia quei 130 miliardi (che potrebbero salire a 145) necessari per tirare un sospiro di sollievo, almeno sotto il profilo finanziario, ed evitare il fallimento, le prospettive del Paese restano in un cono d’ombra. I politici di Atene, a cominciare dal premier Lucas Papademos, sono presi tra più fuochi. La troika, composta da Ue, Bce e Fmi, chiede rigore di bilancio e drastici tagli alla spesa pubblica quale garanzia per far giungere gli aiuti; buona parte della popolazione scende in piazza, concretamente o moralmente, pacificamente oppure no, contro i tagli e i sacrifici. Dal canto loro i mercati finanziari, le banche esposte (soprattutto francesi e tedesche) e gli speculatori seguono con sentimenti alterni il percorso greco che un giorno si avvicina all’uscita dall’euro e magari al default e il giorno successivo lascia intravvedere un salvataggio temporaneo, che però prelude a nuovi, indilazionabili tempi di sacrifici.
Nel frattempo l’agenzia Moody’s prende di nuovo di mira l’Eurozona tagliando il rating di una decina di Paesi, quasi a conferma che il caso greco accresce le tensioni dei mercati e della speculazione. Dietro tutto questo, gli ottimisti auspicano, nell’arco di due-tre anni, un miglioramento degli indicatori dell’economia reale, il quale, consolidandosi, potrà costituire l’unica vera via d’uscita dalla crisi.
Come è già stato ricordato mille volte, dietro la stabilità economica, sociale e politica della Grecia, si profila quella della zona euro e dell’integrazione comunitaria nel suo complesso. Per questa ragione le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo marcano stretto il governo di Papademos e la Banca centrale di Francoforte non allenta la pressione sul Pireo.
In queste ore le istituzioni europee, con in testa Commissione, Bce ed Eurogruppo, valutano gli impegni assunti dal Parlamento greco sul versante dell’austerità; l’Europarlamento, riunito a Strasburgo, ha programmato un dibattito sulla situazione economica (anche in preparazione al summit dei capi di Stato e di governo dei 27 fissato a inizio marzo), discute di stabilità, riforme e debito sovrano, vota un documento che chiede maggiore governance su scala Ue e riforme indirizzate alla crescita e all’occupazione. Sempre l’Assemblea discute dell’introduzione degli eurobond, strumenti finanziari necessari per investimenti non congiunturali. I sindacati europei preparano nel frattempo una giornata di mobilitazione, a fine febbraio (in vista del Consiglio europeo), per domandare ai decisori politici che nel determinare risposte alla crisi i soli a pagare non siano i lavoratori e le loro famiglie.
Ma in questa fase occorrerebbero segnali più chiari dalle grandi capitali europee e d’oltreoceano: Berlino e Parigi dovrebbero mettere da parte titubanze (Angela Merkel) e calcoli elettorali (Nikolas Sarkozy), annunciando con chiarezza il pieno sostegno ad Atene, anche se questo dovesse costare soldi e popolarità all’interno dei propri Paesi. Da Washington ci si attenderebbe invece eguale sostegno, simpatia e stima per il governo di Atene pari a quelli riservati nei giorni scorsi al presidente del Consiglio italiano Monti. Una parola di Obama darebbe un segnale forte ai greci e all’Europa intera.