EDITORIALE
Una via facile e una difficile per uscire dalla crisi
L’Unione europea deve superare una crisi profonda. Ma come? Esistono sempre molte possibilità, in particolare quando non esistono esperienze al riguardo e mancano ricette sperimentate. E per la gestione di una crisi debitoria di uno Stato all’interno di un’unione monetaria che riunisce diciassette Stati nazionali più o meno sovrani, non esistono esperienze di sorta. Certamente tutti sapevano che affinché l’opera sussista, i membri devono attenersi alle regole concordate nel Trattato di Maastricht. Ma ben diverso è stabilire ciò che si debba fare qualora i membri non siano stati in grado di ottemperare ai propri obblighi e vi sia il pericolo dello sbriciolamento dell’Unione monetaria. Sostanzialmente esistono due possibilità: o combattere i sintomi della crisi oppure rimuoverne le cause. La prima possibilità consiste nella via più facile che, sebbene a carico delle generazioni future, porterà un alleggerimento della situazione almeno in un primo momento, ma che non risolverebbe il problema e piuttosto lo perpetuerebbe e aggraverebbe col tempo. La seconda possibilità conduce a una via che, almeno all’inizio, richiede riforme dolorose e vittime ma che comporta l’opportunità di una guarigione sostenibile e conseguentemente un miglioramento generale dei rapporti economici e sociali per tutti.La crisi impone ai responsabili di decidere. Dopo una prima esitazione, Angela Merkel ha deciso di seguire la seconda possibilità in modo sistematico e di affrontare le radici del male, ossia combattere l’indebitamento eccessivo degli Stati al fine di stabilizzare l’Unione monetaria in modo durevole, migliorando al contempo la sua governance e dando quindi anche nuovo impulso all’integrazione europea. Nel far ciò, la cancelliera ha dovuto combattere contro la teoria di alcuni economisti secondo cui le conseguenze negative di un indebitamento eccessivo possono essere controllate mediante ulteriori indebitamenti. Questa posizione è rappresentata dalle proposte, diffuse nei Paesi debitori, di combattere la crisi nell’unione monetaria con l’emissione di prestiti comunitari (Eurobonds) o con l’intervento della Banca centrale europea per l’acquisto dei debiti: in tal modo, i debiti verrebbero socializzati e il loro peso sarebbe pertanto più sostenibile.Tralasciando il fatto che queste opzioni sono escluse dal Trattato, esse non possono contribuire alla soluzione del problema. Questo tipo di provvedimenti facili non porterebbero all’uscita dalla crisi, ma al contrario, la aggraverebbero, poiché favorirebbero la prosecuzione dell’indebitamento degli Stati, anziché costringerli ad abbattere il debito sotto la pressione del mercato, assicurando loro anche la concorrenzialità, l’ammodernamento e la sostenibilità. Senza rigore contabile e senza il contenimento dei costi non si può fare niente. Ciò non significa tuttavia che gli Stati coinvolti debbano risparmiare ad ogni costo, come insinuano i critici di una siffatta politica di disciplina e austerità. Accanto al risparmio, sono altrettanto importanti le riforme strutturali (liberalizzazione, privatizzazione, eliminazione di privilegi, apertura dei mercati, lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, agli sprechi, ecc.). Mario Monti in Italia e Mariano Rajoy in Spagna dimostrano come si deve fare. Se un anno fa fossero stati introdotti gli Eurobond, o se la Banca centrale europea fosse intervenuta in modo massiccio, né in Italia, né in Spagna ci sarebbero stati governi disposti e in grado di assumersi la responsabilità e percorrere la difficile via del risanamento dei loro Paesi.E del resto, l’affermazione secondo cui i Paesi dell’Europa meridionale sarebbero condannati eternamente a una debolezza economica e quindi all’indebitamento è tanto errata quanto discriminatoria. Nella loro debolezza, questi Paesi non sono vittime della forza economica della Germania e degli altri vicini nordeuropei, bensì sono esclusivamente vittime di un’annosa economia sbagliata, conseguenza della politica populistica, della leggerezza e dell’irresponsabilità dei loro vertici politici ed amministrativi, nonché di determinate derive sociali (corruzione, spreco, evasione fiscale, mancanza di senso civico). Finché questi Paesi avevano divise nazionali proprie, potevano forse permettersi tutto questo sebbene a spese di uno sviluppo sostenibile e delle generazioni successive. La logica dell’Unione monetaria e l’obbligo di solidarietà reciproca impone, al contrario, che tutti gli Stati membri si attengano alla regole concordate insieme. Il fatto che Angela Merkel insista su questo punto, è nell’interesse di un’evoluzione sana dell’Unione monetaria e dell’Euro, ossia nell’interesse dell’Europa. E il rispetto delle regole rappresenta anche un requisito per la creazione di un’Unione politica, dotata di strumenti per perseguire una politica finanzia comunitaria, organizzata secondo principi democratici e federali: ossia degli Stati Uniti d’Europa!