UE E GRECIA

Di fronte al disastro

Un monito che va dal Partenone a Berlino, da Madrid, a Londra, da Varsavia a Roma

Se la Grecia fosse l’unico Paese europeo a rischio default. Se gran parte dell’Europa non fosse in una situazione d’instabilità economica e finanziaria (e se le agenzie di rating non avessero declassato persino la Francia). Se la competitività internazionale fosse meno arrembante. Se, se… Ma, come si dice, la storia non si fa con i "se". Il quadro è chiaro, la crisi non è superata, l’Eurozona fa i conti con una moneta traballante, debiti nazionali in aumento, una disoccupazione al limite del sopportabile. E chi ne fa le spese sono i cittadini, i lavoratori, le famiglie.Così, più le preoccupazioni per la tenuta della Grecia, e dell’euro nel suo insieme, crescono, più si rafforzano le voci che indicano come unica via d’uscita il sostegno immediato – per quanto costoso – ad Atene, la costruzione di un sistema di regole che eviti future crisi, un muro finanziario a difesa dei bilanci statali e, non ultimo, un piano strategico che punti a rilanciare la crescita dell’economia reale e, con essa, il lavoro, i consumi, gli scambi commerciali, i risparmi, gli stessi budget dei Paesi europei. Il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, lo ha ripetuto più volte: "Il costo del salvataggio della Grecia è certamente minore di quello derivante dal fallimento" del Paese mediterraneo. Le cui conseguenze appaiono a tutti imprevedibili e destabilizzanti.Correre in aiuto di Atene, dunque; ma come, quando e fino a quando? Per il 20 febbraio è già convocato un Eurogruppo che, secondo il suo presidente Jean-Claude Juncker, dovrebbe "assumere le decisioni attese", ovvero il salvagente da 130 miliardi tante volte promesso, o almeno quella parte necessaria per rimborsare i 14,5 miliardi di titoli in scadenza a metà marzo. Il resto degli aiuti potrebbe essere condizionato al mantenimento degli impegni da parte della maggioranza che emergerà dalle urne greche, convocate per aprile.Lo stallo greco, che in sostanza è uno stallo europeo, induce però qualche riflessione in più. Anzitutto la crisi in corso, quella partita dall’America nel 2008, centrando poi in pieno il "vecchio continente", ha indotto l’Ue a rivedere i propri meccanismi interni di regolazione finanziaria e di stabilità monetaria. Ha costretto i 27 Paesi aderenti a riconsiderare la funzionalità dei propri mercati del lavoro, la sostenibilità dei sistemi pensionistici, la saldezza dei settori bancari, l’efficacia della spesa pubblica degli Stati e quella dei fondi europei (strutturali, di coesione, sociali…). Si tratta di revisioni a metà dell’opera, comunque avviate. La crisi economica ha imposto inoltre un "esame di coscienza" circa il rapporto tra politica ed economia, imponendo nei fatti l’abbozzo di una vera governance e quindi la costruzione, seppur graduale e prudente, di una Unione economica attorno all’Unione monetaria. Il completamento del mercato unico, una maggiore convergenza dei sistemi produttivi e industriali (ma non dei regimi fiscali), si vanno profilando non grazie alle pur diffuse avvertenze degli economisti, ma in ragione di una consapevolezza montante: nell’economia globale non si può fare da soli, bisogna unire le forze. Non può nemmeno mancare uno sguardo solidale alle piazze greche, dove i cittadini invocano rispetto, dignità, e magari un occhio benevolo: "Non riduceteci alla fame", riportava il cartello issato nei giorni scorsi da una manifestante in piazza ad Atene. "La Grecia è stata male amministrata per troppi anni" – hanno tuonato nei giorni scorsi politici, studiosi, giornalisti di mezza Europa –, consumata da nepotismi, inefficienze, evasione fiscale, cattiva gestione contabile. Ci sarà del vero: ma quanti Paesi europei si possono considerare uno specchio di perfezione pubblica? E, del resto, il cittadino comune che abita in Grecia, la famiglia o la piccola impresa, si possono considerare responsabili in solido del disastro oggi sotto gli occhi di tutti? La democrazia greca (la madre di tutte le democrazie continentali) è malata alla radice? E chi doveva vigilare sulla Grecia, Ue compresa, non ha forse la sua parte di colpe? Così si scopre che dietro un’economia malata sta una politica carente, assente, distratta, smobilitata.Per "aggiustare" i conti ellenici occorrerà un salto di qualità: nelle regole della finanza, nelle decisioni e nelle azioni della politica, nei comportamenti individuali e comunitari della Grecia. E il monito proveniente dal Partenone non potrà sfuggire a Berlino come a Madrid, a Londra come a Varsavia, a Roma come a Tallin: economia e democrazia devono procedere di pari passo. Ed è sempre meglio prevenire che curare.