SANITÀ
In margine al caso del Policlinico Umberto I di Roma
Lunedì scorso due parlamentari fanno un’incursione nel Pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma e scoprono una paziente, legata mani e piedi alla barella, in attesa, senza cibo, da quattro giorni per un ricovero. Scoppia il caso, l’ospedale si difende affermando che comunque alla donna sono state somministrate le giuste cure anche se ammette un problema effettivo di sovraffollamento e di mancanza di posti letto. Il ministro della salute, Renato Balduzzi, parla di "una disorganizzazione intollerabile" e di "un problema di sistema". Per capire come mai si ripetono questi episodi di "malasanità" e come superarli, il SIR ha intervistato Silvio Brusaferro, docente all’Università di Udine, direttore della Scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva nel medesimo ateneo e responsabile della Struttura operativa igiene ospedaliera e rischio clinico all’Azienda ospedaliera universitaria "Santa Maria della Misericordia" di Udine.
Quello della donna bloccata al Pronto soccorso del Policlinico Umberto I è solo l’ultimo di una serie di episodi sconcertanti: cosa succede negli ospedali italiani?
"Posso sembrare in controtendenza ma oggi la sanità pubblica funziona, garantisce ottimi standard ma certo ha margini di miglioramento: abbiamo un capitale importantissimo di professionalità, di mezzi e strutture che però devono essere messi in una ‘filiera produttiva’ per dare il meglio. Mi spiego: oggi un mago della diagnostica non basta più, l’organizzazione non è indifferente. Situazioni come quella che si è creata al Pronto soccorso di Roma devono essere uno stimolo per cambiare le cose: la sanità pubblica deve prendersi l’impegno di ‘misurare’ e identificare i problemi che la affliggono e poi verificare nel tempo la propria capacità di ridurli, informando i cittadini, in modo trasparente, di ciò che si sta facendo. Dentro le Regioni ci sono conoscenze ed esperienze che, se condivise e attuate, possono portare dei buoni risultati".
Ma in concreto cosa bisogna fare? I cittadini non sono certo contenti di veder sparire i posti letto o ridurre i Pronto soccorso…
"Bisogna partire da un concetto generale: come chiave per valutare i servizi dobbiamo mettere la qualità. Oggi c’è una grande enfasi sui costi, ma il sistema viaggia fondamentalmente su due gambe: da una parte, la gestione delle risorse nel miglior modo possibile e, dall’altra, gli standard qualitativi, che devono essere garantiti. Ci sono varie componenti che caratterizzano la qualità: c’è la qualità clinica intesa come appropriatezza, ovvero fare le cose giuste al paziente giusto, ma c’è anche il fatto che da quando il sistema intercetta un problema sanitario del paziente, lo deve far fluire all’interno dell’organizzazione in maniera tale che lui abbia tutte le risposte e con un comfort adeguato. Queste due componenti non sono scindibili: occorre dunque costruire le organizzazioni sui percorsi dei pazienti. Per quanto riguarda il problema specifico dei Pronto soccorso, che sono diventati dei veri e propri ‘colli di bottiglia’, occorre agire non soltanto su di loro ma anche a monte e a valle di questi, ovvero bisogna intervenire su tutta la catena che comprende medici di base ma anche strutture intermedie".
Facendo un esempio?
"Prendiamo il diabete. Per questa malattia si fanno delle visite di tipo diverso: uno può misurare quante glicemie ho fatto, quanti raggi, quante analisi dell’occhio. Oppure può dire: quanti pazienti effettivamente hanno potuto fare questi controlli annuali che sono raccomandati tra quelli che hanno il diabete? Il sistema sanitario si deve far garante che tutti questi pazienti abbiamo questo tipo di prestazione: certo è un modello a tendere, oggi la situazione è quella che vediamo, ma comunque per risolvere i ‘colli di bottiglia’ occorrono azioni di sistema".
Alcune Regioni hanno enormi problemi di budget, altre sembrano essere molto più ‘virtuose’: dietro certi problemi ed episodi c’è anche un problema di governance?
"Noi oggi andiamo verso un modello della gestione della sanità strutturato su varie fasi: l’ospedale per acuti, che è la struttura più costosa, tende a contrarsi e, quindi, è necessario che ci siano sempre di più attivate le fasi intermedie, le lungo-degenze, le Rsa, le strutture riabilitative, le cure domiciliari. Questo richiede investimenti che necessariamente non sono maggiori costi: alcune Regioni hanno fatto questo percorso, hanno diminuito i posti letto degli ospedali per acuti ma hanno aumentato tantissimo quelli nelle strutture intermedie, che tra l’altro sono molto più economiche. Oggi gli ospedali per acuti richiedono certe caratteristiche e un certo numero di casi clinici: se questo non avviene non si può pensare che un cartello con la scritta Pronto soccorso sia una garanzia per una risposta. La rete va ristrutturata non per i tagli ma perché c’è un problema di sicurezza: occorre che funzioni in tutti i punti e che migliori la qualità dei servizi; se i cittadini lo percepiscono, poi si rendono conto che non avere un ospedale per acuti sotto casa non fa perdere nulla".