L’Ue in breve

Per la Serbia un passo verso l’Unione europeaTra i motivi di interesse legati al Consiglio europeo del 1-2 marzo, che si concentrerà soprattutto sui temi economici, figura la concessione dello status di Paese candidato alla Serbia, che è ormai solo da ufficializzare. La domanda in tal senso era stata presentata da Belgrado alla fine del 2009; al momento tra Serbia e Ue, oltre a significative relazioni commerciali, diplomatiche e politiche, è in atto un Accordo di stabilizzazione e associazione e uno sui visti. Le relazioni tra l’Unione e il Paese Balcanico, ritenute strategiche anche in chiave di stabilizzazione politica regionale, hanno avuto alti e bassi dopo il dissolvimento della ex Yugoslavia, cui erano seguito il tragico conflitto che aveva investito tutti i Balcani. Dunque l’annuncio della concessione dello status di candidato dovrebbe rafforzare i legami tra i 27 e la Serbia, facilitare il processo di pacificazione e lo sviluppo interno e regionale, considerati anche alcuni problemi specifici quali la situazione del Kosovo o i rapporti con l’Albania e la Bosnia-Erzegovina. Naturalmente tra il riconoscimento della candidatura e l’avvio dei negoziati per la futura adesione (per la quale non verranno stabilite scadenze) potrebbe passare ancora del tempo. Belgrado dovrà nel frattempo, favorita anche dai fondi provenienti da Bruxelles, procedere a vaste riforme interne per soddisfare i criteri di adesione (conosciuti come “criteri di Copenaghen), che si orientano in tre direzioni: politici (istituzioni stabili che garantiscano democrazia, Stato di diritto e tutela dei diritti umani); economici (libero mercato e capacità di far fronte alle pressioni concorrenziali); giuridici (adeguamento alla legislazione e alle prassi consolidate nell’Ue). I Paesi candidati al momento sono Turchia, Islanda, Montenegro e Macedonia. La Croazia ha invece firmato il trattato per l’adesione a partire dal luglio 2013. Tutti gli altri Paesi balcanici (ad eccezione della Slovenia, che fa già parte dell’Ue) sono ritenuti Paesi “potenzialmente candidati” all’adesione.Europarlamento: dichiarazione sui bambini DownIl Parlamento Ue invita il Consiglio, la Commissione e gli Stati membri dell’Unione europea “a contribuire all’inclusione sociale dei bambini affetti da sindrome di Down attraverso campagne di sensibilizzazione a livello nazionale ed europeo” e a “promuovere la ricerca a livello paneuropeo sulla cura di tale malattia”. Invita inoltre gli stessi soggetti a “elaborare una strategia a livello europeo volta a tutelare i diritti dei bambini affetti da sindrome di Down nell’Unione”. Con una dichiarazione scritta che viene sottoposta in questi giorni alla firma degli eurodeputati, alcuni parlamentari europei richiamano l’attenzione dell’Assemblea sui bambini affetti dalla sindrome di Down, sui loro diritti e la loro piena integrazione a livello sociale. I firmatari della dichiarazione – che ha finora raccolto poco più di 200 firme e che diverrebbe posizione ufficiale dell’emiciclo raggiungendo la metà delle sottoscrizioni dei 754 europarlamentari – sono George Sabin Cutas, Vasilica Viorica Dancila, Norica Nicolai, Marc Tarabella, Thomas Ulmer. Il testo della dichiarazione scritta ricorda che, “secondo le stime, le probabilità che un bambino nasca con la sindrome di Down sono di 1 su 600-1000”, che “le anomalie congenite sono una delle principali cause di mortalità infantile e disabilità a lungo termine, e che i bambini affetti da sindrome di Down possono soffrire di numerosi disturbi congeniti”. La scadenza per la raccolta delle sottoscrizioni è il 15 marzo, ossia durante la prossima sessione plenaria dell’Euroassemblea a Strasburgo.Consiglio d’Europa: rom discriminati ed esclusi”In molti Paesi europei i rom e i popoli camminanti sono ancora privati dei diritti dell’uomo e soffrono di un razzismo esplicito”: Thomas Hammarberg, commissario per i diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa, ha presentato il 27 febbraio un rapporto dedicato alle popolazioni rom presenti nel vecchio continente, dal quale emerge fra l’altro che esse “sono nettamente sfavorite” in rapporto alle altre etnie “nei campi dell’educazione, del lavoro, dell’accesso a un alloggio dignitoso e alla salute”. Tale rapporto è il primo che considera la situazione nei 47 Paesi membri del CdE, dove i rom sono “la minoranza più numerosa e al contempo più vulnerabile”. Hammarberg ha affermato che “l’antiziganismo continua a essere diffuso” e punta l’indice verso “discorsi incitanti all’odio” provenienti da alcuni politici, mass media e gruppi estremisti presenti su internet. “Questo clima relega i rom in una logica di ineguaglianza e di esclusione, mentre “i politici eletti devono dare l’esempio rispettando e difendendo i diritti di ciascuno”. Il rapporto affronta diversi temi come i diritti economici e sociali, la libertà di circolazione e i problemi connessi con l’apolidia, la partecipazione alla vita pubblica e ai processi decisionali. Il documento CdE presenta anche una serie di misure concrete che potrebbero essere assunte dai governi sul versante dell’educazione, della sicurezza e dei diritti.