DONNE

Le mamme non possono aspettare

La lotta di Rebecca Kraiem per conoscere la sorte di ragazzi tunisini arrivati in Italia

Si definisce una "combattente per la giustizia e i diritti" ed è una sorta di "pasionaria" tunisina in cerca di centinaia di ragazzi arrivati in Italia e scomparsi nel nulla. Rebecca Kraiem, 53 anni, tunisina, vive a Parma da 23 anni, in esilio dopo una storia di violenze durante il regime di Ben Ali. Velo nero e occhiali con lenti molto spesse, parla perfettamente l’italiano. Si è fatta portavoce di 850 famiglie tunisine, che non sanno più che fine hanno fatto i loro figli dopo aver attraversato il Mediterraneo sulle carrette del mare ed essere arrivati in Italia. Alcuni di loro sono stati riconosciuti nei servizi televisivi su Lampedusa e Linosa un anno fa, dopo la "rivoluzione dei gelsomini". Una ventina hanno telefonato a casa appena arrivati. Poi, il nulla. Altri potrebbero essere morti in mare. Da due mesi Rebecca sta girando l’Italia, insieme ad una piccola delegazione tunisina, bussando a tutte le porte istituzionali e – inutilmente – nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione), per sapere la verità. Organizza manifestazioni per avere notizie degli scomparsi. Patrizia Caiffa, per il Sir, l’ha incontrata a Roma, insieme allo zio di due ragazzi e a una donna tunisina con il velo rosa, lo sguardo mesto e la foto del figlio scomparso in mano. È in Italia da un mese e rappresenta 250 mamme di Tunisi che l’hanno incaricata di cercare i loro figli. Ogni tanto dice qualcosa in arabo chiedendo di tradurlo in italiano. Ma è Rebecca a portare avanti, da sola, questa ardua battaglia. "Mi considerano una ribelle, do fastidio perché danneggio l’immagine della Tunisia – dice con un sorriso fiero –. Ma io non ho paura di niente. Nel 2004 ho avuto un cancro al cervello e ce l’ho fatta. Non torno in Tunisia da 23 anni. Mi è arrivata la richiesta delle madri dei ragazzi e mi sono ripromessa di non tornare nel mio Paese finché non avrò risolto questa vicenda".

Pensate che molti ragazzi tunisini siano arrivati in Italia. Che prove avete?
"Abbiamo le prove – foto e video – che molti ragazzi tunisini sono arrivati a Lampedusa e Linosa. Ma non si sa che fine abbiano fatto. Siamo andati al ministero dell’Interno italiano e altre istituzioni. Stiamo lottando con tutte le nostre forze. Stiamo facendo presidi ovunque: a Genova, Milano, Palermo. Ci hanno detto che il solo modo per risolvere questo problema sono le impronte digitali, per fare un riscontro con i tunisini che sono passati nei Cie e che potrebbero aver dato nomi falsi. Da aprile dello scorso anno stiamo chiedendo al governo tunisino di metterci a disposizione le impronte digitali ma ci ha chiuso le porte in faccia. Non abbiamo ottenuto niente, anzi, ci hanno accusato di diffondere un’immagine negativa della Tunisia".

Quali sono le vostre richieste?
"Vogliamo che la Tunisia la smetta con questo atteggiamento e fornisca le impronte digitali all’Italia. Se i nostri ragazzi hanno commesso un reato, accettiamo la legge ma non vogliamo più stare all’oscuro di tutto. Al governo italiano chiediamo che ci dia una mano facendo pressione sulla Tunisia. Italiani, aiutateci!".

Non potrebbero essere in altri Paesi europei?
"No, sono in Italia. È probabile che siano nei Cie. Ci sono genitori di questi ragazzi che sono morti per la disperazione, perché hanno visto che il nostro governo si è lavato le mani. Ora deve muoversi".

Oppure – purtroppo – morti in mare?
"Di sicuro ci sono state delle tragedie in mare, per questo vogliamo le impronte digitali. Per riconoscere chi è arrivato e di cui abbiamo le prove. Possiamo almeno rintracciare loro e capire chi invece è morto. Anche se è dura non abbiamo problemi ad accettare la verità. Ma dobbiamo sapere".

Anche l’Italia ha delle responsabilità?
"No, non ha nessuna responsabilità. Perché se la Tunisia fornisce le impronte digitali abbiamo concluso la partita. Non do la colpa all’Italia perché i ragazzi sicuramente hanno dato dei nomi falsi. Per questo l’Italia non riesce a rintracciarli".

Lei è in contatto con le mamme tunisine dei ragazzi scomparsi. Quanto dolore?
"Il momento della giornata che mi angoscia di più è quando la sera iniziano le telefonate e mi chiedono: ‘Dove sono?’. È veramente doloroso perché io non ho nessuna risposta. Il governo italiano ci dice di portare le impronte. Il governo tunisino ci dice che non è nostro compito fare questa richiesta. Dicono che è ancora presto, che non sono ancora insediati, che ci vuole un altro anno. Ma le mamme non possono aspettare un altro anno. Io sono molto arrabbiata con Ennahda (il partito tunisino che ha vinto le elezioni, ndr) perché hanno usato questi ragazzi nella campagna elettorale. Hanno detto che erano dalla parte di queste famiglie, hanno promesso di aiutarci. Invece non hanno fatto nulla".

Crede che la "primavera araba" porterà dei frutti per i diritti delle donne?
"Non ci credo, è una falsa democrazia. Mi prendo la responsabilità di questa dichiarazione. Le donne non sono presenti nei ruoli-chiave. Abbiamo la forza ma non vogliono che accediamo ai ruoli più importanti. Il ministero dell’Interno e il ministero degli Esteri tunisini mi hanno denunciato perché sto cercando i figli di queste donne. Io mi ritengo una combattente per la giustizia e i diritti, allora do fastidio. Preferiscono che stia a casa a fare il pane e lavare i panni".