EDITORIALE
Ue: federarsi attorno all’euro o ritorno allo Stato-nazione
Dalla fine del mese di gennaio, gli affari europei hanno subito un’accelerata. Il Consiglio europeo informale del 30 gennaio e il Consiglio europeo dell’1-2 marzo si sono impegnati a stimolare la crescita e a lottare contro la disoccupazione. Una lettera redatta da dodici Stati, che reclamava un piano d’azione per la crescita largamente ispirata da un europeista come Mario Monti per il completamento del mercato unico, ha stabilito il tono delle conclusioni dell’ultimo summit.Poi, il 20 febbraio, i ministri delle Finanze dell’eurozona si sono messi d’accordo sul secondo programma per la Grecia, che prevede di portare il rapporto debito/Pil della Grecia al 120,5% da qui al 2020. È stato deciso un finanziamento dell’ordine di 130 miliardi di euro per il settore pubblico da qui al 2014, a condizione che siano regolarmente soddisfatte tutte le condizioni stabilite. Il settore privato ha accettato un taglio nominale del 53,5% del debito greco. Infine, sul piano istituzionale, il 2 febbraio è stato firmato il Trattato sul meccanismo europeo di stabilità, mentre quello sulla Stabilità, la cooperazione e la governance nell’Unione economica e monetaria è stato firmato il 2 marzo. In quest’ultima occasione, il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha fornito una giusta spiegazione di questi due Trattati e della loro portata: “Da quando è scoppiata la crisi del debito sovrano due anni fa, non abbiamo mai smesso di farvi riferimento, avanzando su due fronti paralleli, la responsabilità e la solidarietà. Da un lato, rafforzando la responsabilità dei vari Paesi e, dall’altro, dando forma concreta alla solidarietà di ciascuno nei confronti del tutto. Questo Trattato rappresenta una tappa rilevante verso una maggiore responsabilità, proprio come, ad esempio, il Trattato che istituisce il meccanismo europeo di stabilità rappresenta una tappa importante verso una maggiore solidarietà”.All’interno dell’Unione sono dunque stati messi in campo sforzi notevoli per risolvere la crisi. Questi sforzi sono guidati da una visione più federalista nell’ambito dell’unione monetaria. Questa deve restare aperta a chi prevede in futuro l’adesione alla moneta comune, ma pare inevitabile una maggiore differenziazione all’interno dell’Ue nel suo insieme. Questa visione di un’Europa federale e politica è la proposta di una generazione di politici europei, uomini e donne, che è nata assai dopo la seconda guerra mondiale. Essa s’ispira tanto al passato quanto al presente, con le sue sfide legate alla globalizzazione.Angela Merkel, che spera in un’unione politica, fa parte di questa generazione, fra tanti altri. Il francese Benoît Coeuré, che a 42 anni è diventato il nuovo membro del direttorio della Banca centrale europea, è stato ancora più esplicito in un’intervista concessa il 14 febbraio al giornale “Libération”: “Il Trattato non è che una prima tappa verso una vera unione di bilancio. Si è creduto che l’unione monetaria fosse il coronamento del mercato unico e oggi ci si rende conto che l’unione monetaria non è che l’inizio dell’unione politica. […] Se l’Europa vuole esistere nella globalizzazione, essa deve rafforzasi e andare in direzione di una maggiore integrazione, indipendentemente dalla forma che questa assumerà, che deve essere decisa dai popoli europei. L’Europa non ha altra scelta se non quella di organizzarsi attorno all’euro per esistere nella globalizzazione”. La reazione dei cittadini europei in merito a questa visione sarà d’ora in poi decisiva. Essi si esprimeranno anche tramite un referendum, come in Irlanda o eventualmente in Francia o nei Paesi Bassi. Il dibattito sui due Trattati e sulla loro ratifica cristallizzerà l’alternativa tra un nodo europeo più federale e il ripristino di un sistema puramente westfaliano. “Tertium non datur”! Da quando è scoppiata la crisi del debito, la via di mezzo in vigore a partire dal Trattato di Maastricht è diventata insostenibile.