PRETI OGGI

Due sostegni nella fatica

La motivazione interiore e la collaborazione dei laici

"Come diceva un anziano padre spirituale ai suoi novizi: se sei un curatore d’anime, smettila di trascurare te stesso e allenati a reagire, ripristinando il sostegno interiore centrato sulle motivazioni di fondo". È il suggerimento rivolto da padre Giuseppe Crea, missionario comboniano e psicoterapeuta, ai partecipanti al convegno "Preti sul lettino. Agio e disagio nel lavoro pastorale" in programma questo pomeriggio, a Roma, per iniziativa dell’Istituto di Psicologia della Università pontificia salesiana. M. Michela Nicolais, per il Sir, lo ha intervistato.

Il "disagio" dei sacerdoti è una realtà?
"Molte volte è così, e non riguarda soltanto situazioni patologiche. La situazione di disagio può verificarsi anche nel lavoro quotidiano di chi opera nella pastorale, e soprattutto per quanto riguarda i sacerdoti è sempre più urgente affrontarla in maniera esplicita e diretta: quando si temporeggia, pensando di fronte ad un problema di poterlo risolvere da soli, magari cercando qualche scappatoia, le ferite si amplificano e diventa poi più difficile e doloroso intervenire in maniera adeguata".

Come traccerebbe, in sintesi, l’identikit del sacerdote oggi?
"A mio avviso, oggi il prete è chiamato ad essere operatore della misericordia di Dio, rifuggendo la tentazione dell’onnipotenza. Più che un ‘tuttologo’, abituato a fare tutto da solo, ad affrontare e gestire in solitudine le tante sfide della pastorale, il sacerdote deve essere uno specialista, un esperto di misericordia, da vivere in prima persona a partire dalla chiarezza sulla propria identità e vocazione".

Quali le cause principali del disagio?
"Oggi non è semplice lavorare nella pastorale, e i pastori sono i primi ad essere attenti alle sfide sempre nuove che li interpellano. Ci sono, poi, le fragilità intrapsichiche: basti pensare alle fragilità nella struttura pastorale degli operatori delle nuove generazioni. Per questo è urgente trovare nuove forme di collaborazione, a partire da quella tra i sacerdoti: non è facile che i preti collaborino tra di loro, soprattutto in campi vari e disparati come quelli in cui ci si trova concretamente a svolgere la propria azione pastorale. Eppure, queste forme di collaborazione sono sempre più necessarie oggi, altrimenti il rischio per i sacerdoti è il sovraccarico, lo stress o, nella peggiore delle ipotesi, il burn out".

Cosa deve fare un prete quando avverte segnali di disagio o è alle prese con forme di fragilità interiore che rischiano di incidere sul suo lavoro pastorale?
"Quando la persona avverte il peso delle proprie inconsistenze deve imparare a individuare i tanti segnali di un malessere che si sta accumulando dentro di sé, senza negare le problematiche ma al contrario riconoscendole come parte della propria storia. Decidere di prendere sul serio la sofferenza psichica di chi opera nella pastorale, allora, non può più essere un optional, ma deve essere parte di una responsabilità comune, che coinvolge anche i laici".

Si fa abbastanza, nei nostri seminari, per cercare di prevenire il disagio dei futuri preti?
"Sicuramente è urgente trovare nuove vie per la formazione dei sacerdoti. Esistono già buoni segnali operativi, perché si sono ormai intrapresi nuovi percorsi come quello di facilitare la formazione psicologica e spirituale, non solo intellettuale, dei candidati al sacerdozio. Tuttavia, resta ancora molta strada da fare, ad esempio, prestando più attenzione a percorsi formativi individuali, attenti alle esigenze del singolo".

Quanto può incidere, nel tentativo di scongiurare o superare il disagio, la collaborazione tra sacerdoti e laici?
"Ce n’è tanto bisogno. Già il Concilio, 50 anni fa, raccomandava di incentivare questo tipo di collaborazione, a partire dalla concezione di una Chiesa come ‘popolo di Dio’ che concorre allo stesso obiettivo: rendere visibili nel mondo i valori del Regno. La collaborazione tra sacerdoti e laici è certamente la strada maestra, sia perché il sacerdote non può fare tutto da solo, sia perché i laici nel loro ministero hanno un grosso contributo di cui assumersi la responsabilità. Riscoprire, rispettivamente, il ruolo del sacerdote e il ruolo del laico significa scoprirsi compenti, e non onnipotenti. La logica è quella evangelica che consiste nel valorizzare i reciproci talenti, all’insegna della competenza e della responsabilità, ognuno nel proprio ambito".