EDITORIALE
Ue: gestione della crisi e sviluppo della Costituzione
Da dove scaturiscono gli impulsi per muovere gli Stati ad unirsi per risolvere i loro problemi insieme? È forse l’economia che occupa spazi sempre più ampi in nome del profitto e della crescita e che, nel far ciò, supera necessariamente i confini tradizionali? Oppure sono le idee, che in considerazione di una svolta storica e culturale evidente, concepiscono un nuovo mondo, più adatto ad affrontare le circostanze mutate? Oppure ancora, è lo sviluppo rapido della tecnologia nel settore della comunicazione e dei trasporti che riduce gli spazi e fa perdere senso ai tradizionali confini territoriali delle comunità sviluppatesi storicamente?Tutti questi impulsi, e anche molti altri, spingono i Paesi europei, divenuti troppo piccoli, a cercare insieme una nuova unità, al fine di garantire ai loro cittadini anche in futuro la tutela giuridica, la sicurezza, la libertà e tutte le altre benedizioni della comunità, concesse loro nel passato degli Stati nazionali. L’organizzazione e l’impostazione di questa nuova unità spetta alla politica. E con la politica entrano in gioco le idee, anche le ideologie e gli interessi delle parti coinvolte e interessate. Quale struttura dovrà essere scelta per la casa comune? Quale architettura è adeguata, quale statica è necessaria e come saranno fatte le fondamenta? Secondo quali principi e regole verrà gestita la casa? In base a quali priorità verrà portata avanti la costruzione? In base a quali valori dovranno agire i suoi abitanti? Strutture federali o multilaterali, organizzazione internazionale o ramificazione transnazionale, coalizione di Stati o Stato federale? Queste sono le domande su cui gli europei discutono fin dall’inizio del processo di unificazione, i cui risultati si riflettono nei Trattati che si sono succeduti nel tempo. Queste discussioni si riaccendono ogni volta a causa delle crisi affrontate dall’Unione europea nel corso dei sessant’anni della sua storia. Perché le soluzioni possibili per superare una crisi sono indissolubilmente legate all’idea di come organizzare al meglio l’Unione e come dovrà essere il suo futuro. La gestione delle crisi comporta inoltre anche la ricerca di un nuovo consenso, che permetta di superare la crisi apportando una correzione o un rinnovamento della costruzione e delle sue strutture. I trattati di riforma europei degli ultimi vent’anni – i Trattati di Maastricht (1992), Amsterdam (1997), Nizza (2001) e Lisbona (2007) -, non sono stati all’altezza della situazione, poiché le idee dei governi che li hanno elaborati erano troppo differenti tra loro per poter essere riunite in soluzioni coerenti, sostenibili e adeguate ai segni del tempo. Indipendentemente dai piani che essi rappresentano in considerazione dello sviluppo dell’Unione europea, i governi sono stati perciò costretti, ad intervalli ciclici, ad accettare regole e soluzioni che, fino a pochi anni prima, respingevano con decisione. Anche ora è così: a soli quattro anni dalla sigla, è evidente che il Trattato di Lisbona, che aveva suscitato grandi speranze per via delle innovazioni in esso contenute, non è stato sufficiente ad affrontare in modo rapido ed efficace la crisi finanziaria, bancaria ed economica globale (dal 2008) e la successiva crisi debitoria degli Stati europei. Forse le regole non erano abbastanza severe per garantirne il rispetto, oppure gli strumenti per superare la crisi non erano sufficienti. Gli sforzi pragmatici per circoscrivere le conseguenze dirette di questa crisi ancora attuale hanno portato a una serie di accordi e misure, tra cui anche il patto fiscale siglato all’inizio di Marzo, con cui 25 dei 27 Stati membri si sono impegnati alla gestione solida del bilancio e a diminuire i propri debiti. In tal modo sono stati creati elementi importanti per un governo economico razionale, organizzato secondo punti di vista federali, un fatto finora inedito nell’Unione Europea e in particolare nell’Eurozona. Ma questi miglioramenti del sistema della governance sono stati concordati al di fuori del diritto comunitario. Per conferire loro consistenza ed efficacia nel lungo periodo, occorre adeguare urgentemente il Trattato di Lisbona, aggiungendovi questi elementi, ora che esiste una fondata speranza che la crisi acuta sia progressivamente in fase di superamento. L’occasione per apportare questo necessario adeguamento deve essere sfruttata per introdurre una riforma globale del Trattato: non si tratta di un provvedimento inutile. L’appello a sviluppare il sistema di governo attuale verso un’Unione politica forte, legittimata democraticamente e strutturata a livello federale, diventa sempre più forte. In occasione di un incontro informale a Copenhagen, svoltosi nello scorso fine settimana, per la prima volta da tempo i ministri degli esteri hanno parlato di un’iniziativa a favore di un nuovo dibattito sulla Costituzione. È un buon segno.