CHIESA E DISABILI

Se non ci fossero

Non ci sarebbe neppure un’autentica comunità cristiana

"Forse all’inizio e al vertice di una dinamica di inclusione dei nostri fratelli e sorelle disabili nelle comunità non c’è una dinamica reciproca di riconoscimento?". Con questa domanda di don Guido Benzi, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale, è iniziata la giornata di studio "Comunicare la fede. L’iniziazione cristiana con le persone disabili nelle comunità", promossa oggi dal settore Catechesi delle persone disabili dell’Ufficio catechistico nazionale (Ucn), a Roma, presso il Centro internazionale di animazione missionaria, nel Campus Università Urbaniana. Per don Benzi, la risposta è "sentire che ognuno è un dono per l’altro, ognuno è testimonianza per l’altro. Per come è e non per come vorremmo che fosse. Perché non ci siamo scelti, né siamo frutto di cieca casualità, ma siamo stati chiamati gli uni accanto agli altri. Ognuno ha un posto che nessun altro può occupare, e io non posso essere completo se tu non ci sei. L’inclusione, prima che una attenzione pastorale, è una necessità della comunità cristiana per essere veramente ciò che è".

Dono particolare. "Non possiamo non interrogarci su quali possibilità concrete il credente disabile abbia di incontrare il Signore nelle nostre comunità parrocchiali", ha detto suor Veronica Donatello, responsabile del settore Catechesi delle persone disabili dell’Ucn. Certamente, la comunità deve essere "attrezzata di specifiche competenze che permettano alla persona disabile non tanto o non solo di usufruire di ‘servizi specifici’ (‘modello assistenzialista’), ma anzitutto di essere visto e riconosciuto come portatore di un dono particolare dello Spirito per l’edificazione della stessa comunità che lo genera nella fede". Per suor Donatello, "la parrocchia può e deve divenire il luogo privilegiato in cui mediante la catechesi, la liturgia, la testimonianza della carità, anche il disabile giunga alla pienezza della vita in Cristo". In questo senso sono necessari il "coinvolgimento della famiglia del disabile", "una solida formazione non solo catechetica ma anche pedagogica dell’educatore", "un itinerario adeguato alle capacità del ragazzo disabile", "un pieno coinvolgimento del disabile nei vari contesti educativi parrocchiali".

Protagonismo pastorale. "Se da una parte si è andata affermando nelle comunità ecclesiali la consapevolezza dell’educabilità alla fede del disabile capace di una sua particolare esperienza di Cristo – ha osservato don Salvatore Soreca, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano di Benevento -, dall’altra si fa fatica a considerare i disabili come soggetti attivi nella progettazione dell’azione pastorale di una comunità". Perciò, occorre "recuperare l’attenzione alla categoria della ‘presenza’ colta nella dimensione del protagonismo pastorale". Parlando di un’iniziazione cristiana adeguata ai disabili, l’inclusività deve essere, secondo il sacerdote, "principio guida della progettazione pastorale e della strategia pastorale per garantire ai disabili il diritto di curare la propria vita spirituale attraverso itinerari formativi costruiti su tre fulcri: l’esperienza che dica concretamente l’accoglienza, la cura e l’amore della comunità verso di loro, mediazione essenziale per sperimentare l’amore del Padre per ognuno di loro; la catechesi essenziale che, in modo adeguato alle diverse situazioni, li introduca al cuore del Mistero; la liturgia, che misurata nelle sue forme sulle singole capacità di percezione, sia espressione del protagonismo del disabile con la sua famiglia nella preghiera della comunità".

Esperienze positive. "La catechesi alle persone portatrici di handicap ha visto un forte sviluppo in Francia grazie all’opera e all’energia di padre Henri Bissonnier, negli anni ’50 del secolo scorso. Rivolta innanzitutto a quelli che venivano chiamati minorati mentali, si è poi estesa ai giovani cosiddetti caratteriali o asociali", ha affermato Anne Harbinet, pedagogista e responsabile del settore Disabili della Conferenza episcopale francese. "Oggi – ha proseguito – in Francia la pedagogia catechetica specializzata si rivolge a ogni persona in situazione di handicap, indipendentemente che il loro handicap sia sensoriale, mentale o sociale. Abbiamo dei catechisti che vanno a lavorare con bambini affetti da molteplici handicap, presso istituzioni specializzate". Dopo aver illustrato vari strumenti pedagogici utilizzati in Francia, che fanno ricorso ai cinque sensi per facilitare l’appropriazione di un racconto e la sua memorizzazione, Harbinet ha raccontato alcune esperienze positive di inclusione delle persone portatrici di handicap nella vita sacramentale, come a Nantes, dove "un piccolo gruppo di persone aveva partecipato a un ritiro di preparazione alla cresima. Alla fine del week-end, i giovani con un handicap hanno presentato agli altri la loro riflessione a partire da una pedagogia attiva: avevano riparato un vaso di terracotta spezzata, vi avevano posto una candela, mostrando che, anche in un recipiente non perfetto, si poteva portare e trasmettere la luce. Avevano anche preparato un piccolo canto accompagnato da gesti. I giovani del grande gruppo ‘ordinario’ sono molto stati interessati e hanno detto che quella presentazione aveva arricchito la loro riflessione".