IMMIGRAZIONE

Mai più quella vergogna

Il CdE accusa l’Italia del mancato soccorso in mare del 25 marzo 2011

Dopo la recente sentenza della Corte di Strasburgo sui respingimenti, oggi è il Consiglio d’Europa (CdE) ad accusare l’Italia di non aver fatto nulla, il 25 marzo 2011, per salvare la vita di 63 migranti in un’imbarcazione alla deriva che proveniva dalla Libia. "L’Italia, come primo Stato ad aver ricevuto la chiamata di aiuto e sapendo che la Libia non poteva ottemperare ai propri obblighi – si legge nel rapporto conclusivo sull’inchiesta, approvato dal Comitato per l’immigrazione dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa –, avrebbe dovuto assumere la responsabilità del coordinamento delle operazioni di soccorso". Nel documento si parla anche di "fallimento collettivo" di Italia, Malta, Onu e Nato "nel pianificare gli effetti delle operazioni militari in Libia e prepararsi per un atteso esodo via mare". L’episodio, di cui più volte anche il Sir ha riferito, risale al 25 marzo dell’anno scorso, quando i passeggeri di un barcone in avaria telefonarono a don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia, che subito chiamò la Guardia Costiera. Il gommone fu individuato in acque libiche, a 60-70 miglia dalla costa, e la Guardia costiera lanciò l’allarme, chiedendo alle navi in transito di riferire ogni avvistamento. I migranti però rimasero in mare per giorni senza soccorso, nonostante un elicottero militare della Nato passasse a lanciare bottiglie d’acqua e biscotti, come raccontato dai 9 sopravvissuti. Gli altri 63 – tra cui donne e bambini – sono morti per fame, sete o annegamento. Patrizia Caiffa, ha chiesto per il Sir, un commento più ampio a Oliviero Forti, responsabile dell’area immigrazione di Caritas italiana.

Che valore ha questo atto d’accusa del Consiglio d’Europa?
"È l’ennesimo schiaffo che viene dato all’Italia, a Malta e all’Europa, perché arriva subito dopo la nota sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sui respingimenti in mare. Conferma una politica dell’immigrazione del governo precedente che ha creato tanti guasti, tanto dolore e tanti morti. Questo tema va affrontato con serietà, altrimenti rischia di produrre altre vittime. Auspichiamo che questo governo riprenda in mano tutta la questione legata alla gestione dei flussi da aree come la Libia, non ancora in grado di organizzare le partenze in maniera seria e responsabile. Purtroppo, anche di recente, abbiamo avuto qualche sentore negativo, con lo scarico di responsabilità da parte di Malta per l’arrivo dell’imbarcazione che aveva a bordo dei cadaveri. Questi fatti non ci tranquillizzano: sappiamo che il nostro Paese, in quest’ultimo caso, ha fatto il suo dovere facendo arrivare l’imbarcazione, però vorremmo che le procedure – che riguardano l’Italia, gli altri Paesi interessati e l’Europa tutta –, siano chiare e rispettose dei diritti umani. Perché si sta giocando con la vita di decine e decine di persone".

Anche perché con la primavera sono già ripresi gli sbarchi…
"È chiaro che l’accusa del Consiglio d’Europa deve essere avvertita come un monito, ma soprattutto come un richiamo a mantenere alta l’attenzione e non trovare facili scorciatoie. L’attenzione del governo italiano, maltese e dei governi europei deve essere ancora maggiore. Abbiamo notizie di persone già pronte per partire sulle coste libiche. Bisogna gestire meglio il meccanismo di soccorso in mare, senza che debba fare costantemente i conti con le logiche della politica. Chiediamo prima di tutto il soccorso in mare, l’accoglienza adeguata e l’assistenza, anche a Lampedusa. Purtroppo sulla vita dei migranti ha pesato molto un certo tipo di politica. Ora si apre una nuova stagione, ma vorremmo che alle parole seguissero i fatti. Bisogna partire dal rispetto dei diritti delle persone, poi sul resto si può discutere".

Dopo l’incendio dello scorso settembre Lampedusa era stata dichiarata "porto non sicuro". Ora il ministero dell’Interno ha annunciato la riapertura di una parte del centro, per 250 persone. È sufficiente?
"Accogliamo con favore l’impegno del governo ma vogliamo anche che si faccia fronte ai nuovi arrivi. Perché dall’incendio ad oggi non si è stati ancora in grado di sistemare il centro? La definitiva apertura dei due centri non avverrà prima di ottobre. Duecentocinquanta posti – anche se fossero 400 – non sono sufficienti. Basta un barcone di 700 persone per mettere in crisi il sistema di accoglienza. Anche perché nelle ultime settimane la parrocchia di Lampedusa è stata, insieme alla polizia, l’unico soggetto che ha potuto garantire un minimo di sollievo alle persone sbarcate. I 38 tunisini sbarcati sono stati tenuti in banchina tutta la notte prima di essere imbarcati. Come è possibile che non ci sia trovato un alloggio adeguato per una notte? La parrocchia è una presenza di grande rilievo ma deve inserirsi in un contesto che ora è abbandonato e deve di nuovo organizzarsi. Chiediamo al ministero e alle altre organizzazioni di attivarsi quanto prima per una presenza stabile sull’isola".

Con l’emergenza Nord Africa sono stati accolti 20.000 profughi che lavoravano in Libia, a cui oggi viene negato lo status di rifugiato. Come evitare altri malintesi?
"Dobbiamo prevedere dei dispositivi e il sistema Sprar (Sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati) deve essere adeguatamente dotato di risorse per poter rispondere ai bisogni. Bisogna poter contare anche su quei sistemi di accoglienza – comprese molte Caritas locali – che hanno dimostrato di saper accogliere. È necessario arrivare agli standard degli altri Paesi europei, che è di 30/35.000 persone l’anno, anche con turn over. I 3.000 posti finanziati oggi non sono sufficienti. Non abbiamo posti disponibili – nei Cara e nei nostri centri – per un eventuale nuovo flusso eccezionale. Come far fronte a tutto ciò? Lo spettro delle tendopoli non è così improbabile".