CRISTIANI IN EUROPA
Il rischio di perdere piccole presenze vive in grandi città stanche
"La religiosità dei migranti in una società secolarizzata" è stato il tema dell’incontro annuale per i responsabili e gli operatori della Pastorale dei migranti nelle grandi città d’Europa con rappresentanti provenienti da Milano, Torino, Barcellona, Valencia, Madrid, Friburgo, Basilea, Vienna e Bruxelles. Durante l’appuntamento, che si è recentemente tenuto a Bruxelles, è emerso che nei Paesi europei le comunità di immigrati cattolici portano con sé forme tradizionali o nuove di religiosità popolare che, talvolta, acquistano una dimensione pubblica: processioni, feste comunitarie in onore di patroni nazionali, pellegrinaggi. Ciò è in contrasto con la tendenza, più evidente nelle grandi città, ad una progressiva scomparsa della religione cristiana dallo spazio pubblico e alla riduzione della pratica religiosa per quanto riguarda le comunità locali.
Doppio sradicamento. Le due relazioni di Philippe Weber e Arnaud Join-Lambert hanno permesso di considerare il ruolo che tali forme di religiosità hanno nel mantenimento e nella crescita della fede in emigrazione e l’apporto che esse possono dare alla chiesa locale. "Gli immigrati cattolici che arrivano da altri continenti o si spostano da Paesi dell’Europa meridionale e orientale verso aree dove il processo di secolarizzazione è più avanzato sperimentano, dal punto di vista religioso, un doppio sradicamento hanno spiegato Weber e Join-Lambert -. In primo luogo si trovano a vivere la loro fede in un nuovo contesto ecclesiale, caratterizzato da una lingua e da una mentalità diverse". Il secondo "shock culturale" a cui vanno incontro riguarda, "l’evoluzione che sta avvenendo nel rapporto tra cristianesimo e società europea. È finita l’epoca dell’identificazione tra società e religione cristiana che ha caratterizzato l’Europa per secoli". In buona parte "si va interrompendo la linea di trasmissione tradizionale della fede da una generazione all’altra e che dava origine ad un cristianesimo etnico ricevuto come eredità e per il quale essere europeo voleva dire essere cristiano. La religione diviene una scelta libera e non mancano persone che abbracciano con rinnovata consapevolezza la fede cristiana". D’altra parte, però, hanno sottolineato Weber e Join-Lambert, "aumenta il pluralismo religioso o la non appartenenza ad alcuna religione. A soffrirne di più dal punto di vista numerico e strutturale sono proprio le chiese storiche del continente: quella cattolica, quelle protestanti e ortodosse che sono chiamate a ridefinire il loro rapporto con una società globale pluralista post-cristiana e a ripensare alle loro forme di presenza e di testimonianza sul territorio". Dunque, "i migranti che arrivano e vivono già di per sé una crisi di identità anche religiosa, legata all’esperienza migratoria, si trovano di fronte a comunità cristiane locali, che a loro volta sono in un travaglio di trasformazione non di poco conto".
Una grande risorsa. I fedeli immigrati cercano, perciò, "di recuperare anche forme di religiosità popolare che li facciano sentire a casa lontano dal proprio Paese. Ciò li aiuta a dare continuità alla loro esperienza religiosa anche in emigrazione, contribuendo alla ricostruzione della loro identità nel nuovo contesto e all’esperienza di comunità". Il mantenimento delle tradizioni religiose "dovrebbe avere come obiettivo la crescita della fede in Gesù Cristo e della vita cristiana dei migranti nel nuovo ambiente in cui si trovano a vivere". Per tanto sono necessari l’accompagnamento e la formazione da parte dei responsabili della pastorale. Se ciò avviene, "questo patrimonio spirituale diventa una grande risorsa per i migranti stessi, ma anche per la chiesa locale, la quale viene arricchita dalla presenza di cristiani maturi e autentici, capaci di diventare a loro volta testimoni e annunciatori del Vangelo". D’altra parte, come hanno sottolineato gli esperti e i responsabili della pastorale migratoria durante l’incontro, anche queste comunità "oasi" sono chiamate prima o poi a fare i conti con i processi di trasformazione religiosa che avvengono nella società in cui sono inserite. Al più tardi "ciò avviene nel momento in cui si pone la questione della trasmissione della fede ai figli degli immigrati, che crescono immersi nel nuovo contesto e portano in sé diverse appartenenze culturali e anche religiose: quelle della famiglia di origine e quelle della società secolarizzata in cui vivono". "A quel punto ha osservato Luisa Deponti del Centro studi e ricerche per l’emigrazione (Cserpe) di Basilea – conservare o riadattare al nuovo ambiente le tradizioni religiose famigliari ed etniche, sebbene rimanga importante, non è più sufficiente. Così come appare illusorio pensare che i ragazzi ‘si integrino’ automaticamente nelle parrocchie locali". Per Deponti, "è necessario un rinnovato annuncio del Vangelo, una formazione cristiana che permetta sia ai giovani di origine straniera che a quelli locali di mettere le loro radici nel cuore della fede, nel mistero pasquale di Cristo, che rivela nell’amore, nel dono di sé, la piena realizzazione di ogni vita umana".