STRAGE DI TOLOSA

Non riesco a parlare

La moglie del rabbino ucciso il 19 marzo con i suoi due figli e un’altra bimba

Come può una giovane donna vedova e privata di due piccoli figli affermare “so che le vie di D-o sono buone e che Lui ci dimostrerà la strada e ci darà la forza per andare avanti”?Solo la vita orientata dalla Torah può preparare a un simile passo.In un frangente della nostra storia in cui a violenza si risponde con violenza e in cui la vendetta risuona come dovuta, il messaggio della giovane Chava, vedova di rav Jonathan Sandler, appare come una luce, come una parola profetica nuovamente donata al cuore impietrito delle persone umane da El Rahum, il Dio degli uteri, Colui che è il Misericordioso, come traduceva il grande scrittore André Chouraqui.Non solo: non ci troviamo dinanzi alle “belle” parole che vogliono placare dissapori mimetizzandoli, ci troviamo dinanzi ad una donna che afferma “il mio cuore è spezzato. Non riesco a parlare”.È la testimonianza di chi nella propria carne è stata assassinata perché le sono stati tolti brutalmente marito e due giovani figli.Non è un encomio, non è una trenodia, è speranza viva perché Chava non si ripiega sul suo dolore e non chiede che venga fatta giustizia o vendetta. Soffre, infatti, come chi ha vissuto sempre per la Torah e desidera solo “che nessuno debba più soffrire in questa maniera”: questa la spia che la sofferenza è pura e trasparente.La giovane famiglia aveva lasciato la terra d’Israele con l’intento di “aiutare la gioventù a scoprire la bellezza della Torah”, e ben sapeva che nulla si può trasmettere se prima non si è vissuto in prima persona, per questo i due piccoli Aryeh e Gavriel sono stati educati “a vivere le vie della Torah”. Lo sguardo di Chava e Jonathan non era bloccato all’orizzonte della terra e della vita quotidiana, anche se la vivevano in gioiosa pienezza, li sorreggeva la certezza che sulla terra si vive in Esodo diretti verso il Gan Eden, il Paradiso, dove D-o passeggia e lo si incontra e che il Mashiach vi radunerà tutto il popolo d’Israele e tutti i popoli.Sapere che le loro “anime sacre rimarranno con noi per sempre” è ancora una professione di fede che continuerà a scuotere le coscienze e impedire loro di assuefarsi al male, Chava per questo invita i genitori a rendere i loro figli “degli esempi viventi della Torah, impregnati del timore del Cielo e l’amore del prossimo”. Ancora una volta il piano non è teorico, astratto, la giovane vedova chiede come solo aiuto alcuni gesti concreti che non vanno a suo favore ma ricadono in bene su tutti:- “Portiamo avanti la loro vita su questa terra” riferendosi ai suoi cari che non vede più e non tocca più;- “Genitori, baciate i vostri figli. Dite loro quanto li amate”, quando Chava i suoi non può più stringerli fra le braccia;- “Aumentate il vostro studio della Torah”, quello cui Jonathan aveva dedicato la sua esistenza, con il grande accento orante perché quando Israele si china sulla Torah questo gesto è preghiera ardente;- nella prossima festa di Pasqua “invitate un’altra persona nelle vostre case per far sì che tutti abbiano un posto ad un Seder per celebrare la festa della nostra libertà”, festa di gioia, di liberazione, di attesa del Mashiach;- “accendete i lumi di Shabbat”, nessuna tristezza, nessuna lacrima deve mai profanare la gioia di Shabbat.In realtà il richiamo è alla concretezza delle mizvot, dei precetti, alla vita quotidiana segnata dalla presenza di D-o.Speravamo noi goym, non appartenenti al popolo eletto, che l’umanità, dopo la Shoah e la distruzione dell’efferata ideologia nazista, avesse capito la lezione, dobbiamo invece ricrederci. Non una parola è uscita dalla penna di Chava contro l’assassino, contro il suo gesto esaltato, anche questo dobbiamo imparare.Ho amici ebrei osservanti a Gerusalemme, quando scrissi loro del mio dolore che partecipava della loro sofferenza, ricevetti una risposta che, se ce ne fosse stato bisogno, mi confermava nella qualità della vita di chi ama la Torah: “Noi li invidiamo e siamo fieri che la loro vita sia stata spesa per la Torah e per il Nome”.Soprattutto una constatazione dovrebbe farci tremare ma anche rendere fieri: “Lo spirito del popolo ebraico non può mai essere spento”. Lo hanno tentato in tanti, per secoli, procuriamo di non esserne nel novero.Con Chava paradossalmente affermiamo: “Che da questo momento in poi si possa conoscere solo la gioia”.