CHIESA E LAVORO

Una dinamica perversa

L’arcivescovo di Taranto sulla grave situazione dell’Ilva

La contrapposizione tra diritto al lavoro e tutela dell’ambiente è "frutto di una dinamica perversa che sbarra la via al futuro di Taranto". Celebrando la messa in prossimità delle feste pasquali all’interno dello stabilimento dell’Ilva, l’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, ha inteso portare oggi la voce della Chiesa in una delle questioni più scottanti che investono il capoluogo pugliese. Unica fonte di sostentamento per migliaia di famiglie, l’industria siderurgica è da anni accusata di danneggiare l’ambiente e la salute di chi vive in quell’area. Diritto al lavoro e diritto alla salute sembrano inconciliabili in questa terra del Meridione d’Italia: un dilemma riassunto nell’espressione di un operaio – "io non vorrei morire di cancro, ma neppure di fame" –, uno degli ottomila che nei giorni scorsi hanno sfilato per le vie della città dopo che l’indagine aperta dalla Procura di Taranto per inquinamento (e che ha messo sotto accusa l’attuale presidente dell’Ilva e il suo predecessore) potrebbe portare al sequestro dello stabilimento.

Una parola di speranza. "Chiunque venga a Taranto – ha esordito l’arcivescovo – non può assolutamente non notare, anche solo fisicamente, la presenza di questa realtà industriale e il suo complesso ruolo sul nostro territorio; così come difficilmente si districherà nelle molteplici problematiche a essa connesse e oramai costantemente in primo piano sia nazionale sia internazionale". Mons. Santoro è consapevole che la gente attende la parola della Chiesa "in questo periodo così difficile, di grande sfiducia" e intende portare "una parola di speranza". Pensa agli incontri condotti in questi mesi per "conoscere le varie realtà della nostra diocesi e dare un segno della vicinanza della Chiesa alla società": carcerati, ammalati, pescatori, studenti, operai e dirigenti, ambientalisti. "Amici – ha aggiunto l’arcivescovo –, mi sale ancora un nodo in gola quando rivedo davanti a me le donne e le mamme che mi hanno portato le foto dei loro giovani mariti o figli, caduti sul lavoro; così come non posso non commuovermi pensando ai bambini ricoverati per terribili malattie nell’ospedale Nord. Allo steso tempo condivido le apprensioni dei tanti giovani disoccupati che hanno bussato alla mia porta. È il segno della povertà evidente ed emergente della nostra Taranto, insieme alla precarietà come esperienza di molti lavoratori. E qui s’intrecciano tante discussioni e proposte che s’incagliano tra prudenza, rassegnazione e paura per il futuro".

Prendere il largo. L’invito è però "a prendere il largo, a spostarci da questa riva triste dell’analisi e del lamento alla roccia solida della speranza che si basa sull’amore del Signore della vita e non della morte e sull’intelligente solidarietà dei fratelli più sensibili al presente e al futuro delle nostre città". La Chiesa tiene anzitutto "all’uomo nella sua dignità di figlio di Dio e, in questo contesto, al suo diritto al lavoro, che lo qualifica come persona, e alla difesa della vita in tutte le sue manifestazioni, alla salvaguardia della sua salute e dell’ambiente". L’arcivescovo rifugge l’idea dello "scambio tra lavoro e salute", come pure tra "disoccupazione e difesa dell’ambiente". "Il Signore – ha sottolineato – non ci chiede di scegliere tra lavoro e ambiente, ma ci dona l’intelligenza e la creatività per difendere il lavoro e per custodire l’ambiente e la vita". Dunque, "nel terzo millennio bisogna avere il coraggio e la maturità di affermare quello che è essenziale per vivere: lavoro, salute, aria pulita, mare non inquinato, educazione e rispetto della dignità di tutti, anche degli immigrati che approdano nella nostra terra. La contrapposizione di questi valori, l’obbligo a scegliere l’uno anziché l’altro, sono frutto – ha ammonito – di una dinamica perversa che sbarra la via al futuro di Taranto". Quindi, l’appello a non lasciarsi "dominare dalla logica antiumana del lucro come valore supremo della vita".

Fare di più. La richiesta dell’arcivescovo è "fare di più per la nostra città". "Oggi – ha osservato – è necessaria una concertazione finalmente seria e coraggiosa, che non svii in frettolosi compromessi che vanno sempre a discapito della povera gente". Quel "di più" viene dal Vangelo: "Gesù ci ordina di più dicendoci che se la nostra giustizia non supererà quella dei farisei e degli scribi non entreremo nel Regno di Dio. E la nostra giustizia è innanzitutto la fede: una fede viva e vibrante che si alimenta nella preghiera, nella meditazione della Parola di Dio, nella vita dei sacramenti, nell’appartenere a una concreta comunità di fede. Occorre quindi superarci, non fare appena il giusto, come i farisei, ma di più! Quando si afferma la dignità dell’uomo sopra ogni cosa, tutte le logiche devono fare un passo indietro a partire da quella del denaro, del commercio e dell’idolatria del lavoro stesso". Fare "di più" e tutti insieme. "Tutti dobbiamo sacrificarci per il bene di Taranto, non dobbiamo anteporre nulla al futuro di questa terra bellissima e ferita che ci è stata donata, che non è nostra. Dio – ha concluso l’arcivescovo – ci chiederà conto della vigna che ci è stata affidata".