PIEMONTE

Una riforma alla prova

Il nuovo Piano socio sanitario tra risparmio e servizi irrinunciabili

È stato approvato dopo cinque mesi di discussione e tutta una serie di aggiustamenti. Il nuovo Piano socio sanitario (Pssr), valido per il periodo 2012-2015, ha incassato il via libera del Consiglio regionale del Piemonte martedì 3 aprile. L’obiettivo che segna il documento è il risparmio sulla spesa sanitaria: negli ultimi dieci anni è aumentata di circa 400 milioni di euro l’anno, passando dai 6 miliardi di euro del 2002 agli 8,5 miliardi del 2010. Con il nuovo Piano sanitario la Regione spera di risparmiare fino a 300 milioni l’anno.Cosa cambia. La Regione è stata costretta a fare marcia indietro rispetto all’ipotesi iniziale, contenuta nella prima bozza del Pssr, che prevedeva la riduzione delle Aziende sanitarie locali (da 13 a 11), separandole dagli ospedali. L’organizzazione delle aziende resterà pressoché invariata. Tranne che per gli ospedali universitari di Torino (San Giovanni Battista, Cto e Regina Margherita-Sant’Anna), che saranno accorpati in un unico polo ospedaliero. Cambierà invece la gestione delle 21 aziende sanitarie (ospedaliere e locali), che faranno capo a sei “federazioni sanitarie” per l’amministrazione, la logistica, il personale e gli acquisti; grazie alle quali, secondo l’amministrazione regionale, si dovrebbe arrivare a risparmiare sui costi della sanità regionale, diventati ormai insostenibili. Cambia poi la suddivisione dei 54 ospedali piemontesi, che saranno classificati in base ai servizi offerti in tre categorie: “ad alta complessità”, “cardine” e “territoriali”. Alcuni ospedali di territorio, come ad esempio l’ospedale di Lanzo e il Valdese di Torino, sono destinati a essere riconvertiti in centri di assistenza primaria, poliambulatori o centri di riabilitazione. Liberare risorse per il sociale. Il nuovo Piano sanitario dovrebbe permettere di accantonare dalla spesa sanitaria regionale anche i fondi necessari per le Politiche sociali, che nel 2012 si stima ammonteranno a 110 milioni di euro. “Certo è che le politiche socio-sanitarie regionali devono essere centrate non solo sul pareggio di bilancio, ma primariamente sulla salvaguardia e la cura della salute integrale delle persone – dichiara don Marco Brunetti, incaricato regionale per la pastorale della salute –. C’è stato un certo accoglimento delle osservazioni che la Consulta regionale per la pastorale della salute aveva presentato lo scorso dicembre: nella prima versione il Piano era schiacciato sugli aspetti esclusivamente sanitari a scapito della parte socio-assistenziale. Ma le modifiche apportate e soprattutto la costituzione del Fondo regionale per la non autosufficienza e l’assistenza domiciliare hanno in parte riequilibrato il documento”. Mentre resta irrisolto il capitolo dedicato al ruolo delle famiglie e del volontariato su cui, nota don Brunetti, “ci si poteva aspettare un’attenzione maggiore, soprattutto rispetto al volontariato”. Estesa l’assistenza spirituale. Tra gli aspetti salienti del nuovo Piano sanitario c’è l’estensione dell’assistenza spirituale alle case di riposo e alle strutture socio-assistenziali. “Si tratta di un passo avanti – precisa don Brunetti –, perché il documento sancisce il principio secondo il quale l’assistenza spirituale dev’essere garantita anche all’interno delle case di riposo, cosa che in molti casi di fatto già avveniva, ma che ora viene confermata e riconosciuta ufficialmente”. Presidi riconosciuti a metà. “Resta da capire il ruolo che sarà riconosciuto dal nuovo Pssr ai presidi ospedalieri d’ispirazione cristiana”, commenta Josè Parrella, segretario regionale dell’Aris, l’Associazione religiosa degli istituti socio-sanitari, che in Piemonte riunisce 5 presidi ospedalieri, 4 centri di riabilitazione e 7 case di cura. “Mentre il riconoscimento del Cottolengo come ‘ospedale territoriale’ e del Gradenigo come ‘ospedale cardine’ rappresenta un segno importante di integrazione all’interno della rete sanitaria – spiega Parrella –, non è ancora chiara l’identificazione che sarà data agli altri tre presidi specialistici piemontesi: San Camillo, Fatebenefratelli e Ausiliatrice”. Il rischio, secondo il segretario regionale dell’Aris, è che “vengano escluse dalla rete ospedaliera pubblica, soprattutto alla luce della trasformazione di alcuni ospedali, come il Valdese, in centri di riabilitazione, cosa che produrrebbe un eccesso di offerta rispetto ai posti che i presidi già esistenti sono in grado di garantire”. Il secondo nodo critico che tocca i presidi e le cliniche d’ispirazione cristiana è, secondo il segretario regionale dell’Aris, “l’assenza di una divisione tra strutture profit e no profit”. “Complessivamente – conclude Parrella – la riforma della sanità piemontese rischia di provocare, attraverso l’istituzione delle federazioni sanitarie, un aumento della spesa, anziché una sua diminuzione come si spera, a causa della creazione di strutture gestionali e amministrative aggiuntive”.a cura di Gabriele Guccione(04 aprile 2012)