GIOVANI E CRISI

Realisti e responsabili

Una risorsa da valorizzare con i fatti non con le parole

Che l’Italia sia in difficoltà, non è una novità. Ormai da anni si barcamena tra una crisi economica che non finisce e soprattutto una crisi di valori – bisogna chiamarla così – che a sua volta affossa il Paese. Da una parte, infatti, la congiuntura economica contribuisce a deprimere le forze sane, genera continua preoccupazione e precarietà nelle famiglie che costituiscono la trama del tessuto sociale. Insieme alle difficoltà economiche, pesa in modo reale e considerevole l’impressione che il Paese sia soffocato da una cappa di corruzione diffusa, da una classe dirigente discutibile e da una politica che sembra aver sostanzialmente fallito, risultando ora assolutamente poco credibile e delegittimata, anche per episodi conclamati di malaffare. Dove guardare allora? Dove cercare risorse per saltar fuori dall’impasse?
In questa situazione i più penalizzati sono i giovani, cui è rubato sostanzialmente il futuro. Come progettare, come dare sostanza all’entusiasmo e alla voglia di fare che sono tipici delle nuove generazioni? Il rischio è che la prospettiva di vivacchiare, di “tirare a campare” sembri l’unica abbordabile. E in questa direzione influisce moltissimo la questione occupazionale, la mancanza di lavoro per i giovani, come rilevano le ultime statistiche. Proprio nel momento in cui le persone hanno di più da dare, dal punto di vista delle motivazioni e dell’entusiasmo – sono alcune doti giovanili – si trovano invece nell’impossibilità di contribuire allo sviluppo del Paese, alla costruzione di un futuro per se stesse, a fare i conti con prospettive di poco respiro. E, ancora, chi governa non sembra rendersene adeguatamente conto. C’è chi ha notato, ad esempio, che tutta la discussione e l’impegno attuale per la riforma del mondo del lavoro, così incentrato sul fatidico “articolo 18”, in realtà non andrebbe a incidere significativamente sulla vera scommessa dei prossimi anni, cioè l’occupazione e lo sviluppo delle giovani generazioni. Si dice che così, snellendo normative giudicate rigide, si favorisce il ricambio nel mondo del lavoro, si attirano investimenti… Intanto, però, il problema dei giovani resta la precarietà, che non è solo il “tempo determinato” sul posto di lavoro, quanto piuttosto tutta una serie di accessori che porta con sé: il difficile accesso al credito, la quasi impossibilità di fare piani a lungo termine, di immaginare la costruzione di nuove famiglie, mettendo su casa (come permettersela?), facendo figli… Ecco, sta qui la necessità di una riforma, che è diversa, evidentemente, della liberalizzazione dei licenziamenti.
Più ancora, a questi giovani che cercano prospettive – non necessariamente devono essere binari tracciati all’infinito – bisogna che il Paese dia un’apertura di credito maggiore e sul piano più generale della politica. Deve potersi intravedere una possibilità reale di cambiamento delle classi dirigenti, che oggi sembrano indistintamente impegnate a mantenere il proprio posto, privilegi inclusi. Servono prospettive e esempi quotidiani di “vita buona” nell’amministrazione, nella politica, nel mondo del lavoro: persone che mostrino attenzione al bene comune e non al profitto personale, con la disponibilità anche a farsi da parte quando necessario, aziende che ricercano sì il legittimo successo imprenditoriale, ma senza mezzi illeciti, rispettando i doveri comuni, tasse comprese.
È un quadro visionario? No. È piuttosto un’esplicitazione delle aspettative che emergono ogni giorno di più da un’Italia stanca ma ancora non rassegnata. Che si è affidata, ad esempio, a un “governo tecnico” con l’idea che servisse dare un’aggiustatina ai meccanismi della politica e la speranza di un “pit stop” per ripartire più forte, con una macchina non solo rappezzata, ma nuova. Ecco, queste speranze bisogna coltivare e non deludere.