CRISI E SUD DEL MONDO

Oltre i nostri confini

Servono ”meccanismi forti” per ridurre le disuguaglianze

Non solo il Nord del mondo è in crisi. È di questi giorni l’allarme sulla crisi umanitaria nel Sahel, con 16 milioni di persone a rischio malnutrizione. Un problema non nuovo per la regione africana, che già lo scorso anno ha patito una forte carestia. Ma quale collegamento c’è tra le crisi del Nord e quelle del Sud del mondo? Francesco Rossi per il Sir lo ha chiesto all’economista Leonardo Becchetti, docente all’Università di Roma "Tor Vergata".

Anche il Sud del mondo è in crisi?
"Nei Paesi del Sud del mondo c’è un forte aumento di disuguaglianze: pensiamo all’Africa, dove da alcuni anni c’è una crescita media del Pil abbastanza sostenuta, ma al tempo stesso si sta creando una divisione ancora più forte tra un ceto medio-alto che migliora la propria condizione economica e una classe bassa che continua a vivere in condizioni di povertà estrema. Su questo s’innestano alcune dinamiche macroeconomiche, come l’afflusso di liquidità da Paesi ricchi che fa crescere l’inflazione nei Paesi emergenti. Ancora, nei mercati delle materie prime il 95% dei derivati è scambiato solo per motivi speculativi: questo provoca fortissime oscillazioni dei prezzi. Infine, non dimentichiamo le problematiche ambientali, con disastri climatici che vanno a creare carestie tra popolazioni già provate".

C’è un collegamento tra la nostra crisi economica e i Paesi del Sud del mondo?
"La nostra crisi dipende dalla loro povertà. Secondo i dati del bureau del Ministero del lavoro statunitense, noi abbiamo un costo orario medio del lavoro in manifattura di 33 dollari, mentre nelle Filippine è 1,9 dollari, in Cina e India 1,7. Questo, poi, solo per il settore ‘formale’ del mercato, perché nel mercato informale arriviamo a 0,5-0,3 dollari. Parliamo di un costo del lavoro cinquanta volte più basso rispetto ai Paesi occidentali".

Questo porta a delocalizzare le imprese…
"Sì, e il mercato automaticamente non colma questi gap. La storia dell’Europa c’insegna che per aumentare il costo del lavoro e accrescere i diritti dei lavoratori sono necessarie la politica, l’azione sindacale e così via. I Paesi poveri beneficiano in questo tempo di maggiori investimenti, ovviamente solo là dove ci sono le condizioni politiche idonee. Ma tutto questo non porta a riequilibri automatici, c’è bisogno di mettere in moto meccanismi forti, come una globalizzazione del sindacato o scelte dei consumatori che vadano verso prodotti a maggiore sostenibilità socio-ambientale".

Si sta riducendo il divario tra il Nord e il Sud?
"Se guardiamo ai dati medi di convergenza la risposta è affermativa: i Paesi poveri da anni crescono di più di quelli ricchi, ma stiamo parlando – appunto – di dati medi, mentre continua a esserci un miliardo di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno… I meccanismi di riequilibrio del mercato sono lentissimi e possono richiedere centinaia di anni; a noi, oggi, è chiesto di accelerarli, lavorando per migliorare le condizioni degli ultimi. In questo momento è la cosa più urgente e più utile da fare, anche per risolvere la nostra crisi".

La delocalizzazione porta a investire in questi Paesi, ma non riduce lo "sfruttamento" dei lavoratori, con differenze in termini di garanzie e sicurezza, oltre che di salario…
"Le aziende cercano di ottenere il maggior utile possibile, aumentando il valore di ciò che viene creato per remunerare gli azionisti e non i lavoratori. Però cominciano a vedersi alcuni accenni di cambiamento: l’Enel, per esempio, ha varato una piattaforma di condizioni uguali, in termini di sostenibilità del lavoro e dell’ambiente, per tutti i Paesi nei quali produce".

Gli aiuti per la cooperazione internazionale, in tempo di crisi, sono i primi a essere tagliati, mentre le organizzazioni non governative registrano minori finanziamenti e donazioni dai privati. Quali ripercussioni ci sono e, in prospettiva, questa contrazione di risorse cosa può determinare?
"Bisogna necessariamente cercare nuove forme di sostegno alla cooperazione che chiedano minori risorse economiche, puntando su meccanismi che stimolano la responsabilità dei produttori dei Paesi ai quali ci si rivolge. Penso al commercio equo e solidale, al microcredito, ovvero a meccanismi endogeni di sviluppo che non richiedono investimenti pesanti di risorse economiche da parte di donatori".

Da ultimo, in Italia si parla molto della "nostra" crisi e quasi per nulla di quelle che affamano il Sud…
"Purtroppo il nostro Paese è molto provinciale e miope, rispetto ad altri che, anche per una storia diversa, hanno una maggiore attenzione verso ciò che accade oltre i confini. Vedo un’incapacità a cogliere la relazione tra la crisi che stiamo vivendo e le dinamiche internazionali della globalizzazione. Sembra che tutto dipenda dalla politica italiana, mentre ci sono problemi più profondi. In questo è fondamentale il compito dei media di sensibilizzare l’opinione pubblica affinché abbia uno sguardo più generale verso la crisi. Perché è a livello generale – europeo e globale – che si possono trovare le soluzioni".