CHIESE IN BREVE

Malta, Italia, Ungheria

Malta: mons. Grech su procreazione assistitaPer la Chiesa la “procreazione medicalmente assistita” o la “fertilizzazione in vitro” (Ivf) non sono metodi “moralmente accettabili”. Ad affermarlo è stato nei giorni scorsi il vescovo di Gozo, mons. Mario Grech, nell’omelia per la solennità di Nostra Signora Addolorata. Fra qualche settimana il Parlamento maltese comincerà a discutere una nuova legge per introdurre l’Ivf. Di qui le precisazioni del vescovo. Tre, spiega, le ragioni della contrarietà. Anzitutto “la dignità della vita umana” il cui concepimento deve avvenire tramite “l’atto d’amore di una coppia sposata”. Quindi il mancato “rispetto della dignità dei genitori, specialmente della madre”, che “sottoponendosi a questi esperimenti lo fa ad altissimo rischio per la propria salute, sia durante la procedura, sia dopo”. L’Ivf è moralmente inaccettabile anche perché, sostiene il presule, “è una tecnologia altamente abortiva”. E rammenta: dal 1978, anno di inizio della procedura, “sono stati effettuati tre milioni di concepimenti in laboratorio. Di questi, solo 100mila bambini sono nati sani. E il resto degli embrioni?”. Di qui la sottolineatura della “tentazione” di “selezionare tra embrioni sani ed embrioni deboli”, e il “dilemma etico del mondo della vera scienza sul destino delle migliaia di embrioni congelati”. “Ogni bambino concepito in laboratorio ha diritto alla vita”, ribadisce mons. Grech. Di qui l’appello ai politici, “in particolare ai politici cattolici” durante la discussione della legge in materia, a “non promuovere la cultura della morte” e a non “essere eticamente assenti”. “Nel nostro Paese – conclude – abbiamo bisogno di una legge che protegga gli embrioni, ne assicuri il pieno rispetto e impedisca che vengano sottoposti a manipolazione e congelamento”.Italia: l’Irc non è di parte ma è per tutti”Questo convegno si lascia largamente apprezzare perché mette a tema alcuni nodi cruciali per l’insegnamento della religione, ma anche per la missione educativa della Chiesa nel nostro Paese”. Lo ha detto mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, celebrando il 16 aprile la messa per i partecipanti al convegno nazionale dei direttori e responsabili diocesani dell’Insegnamento religione cattolica (Irc) e dei presidi delle Facoltà teologiche e direttori degli Issr. “La formazione iniziale e permanente dei docenti – ha sostenuto – resta esigenza di prima grandezza per garantire efficacia ad un insegnamento chiamato a dare un contributo strutturante all’educazione delle nuove generazioni”. Accanto a questo “compito primario”, va posto “l’impegno ad abitare una riflessione attenta a tenere vive le ragioni della presenza dell’insegnamento nella scuola pubblica. Un compito reso tanto più urgente da un dibattito, sia in Italia che in Europa, a cui non ci è consentito di rimanere estranei”. In esso, infatti, “prendono piede proposte che rischiano di oscurare l’identità e il valore di un insegnamento confessionale che non ignora il pluralismo della nostra società né limita la sua laicità, ma piuttosto contribuisce a fondarla attraverso l’apporto che attinge alle radici storiche e culturali della nostra identità nazionale”. In quest’ottica, ha suggerito mons. Crociata, “dovremmo non smarrire mai la coscienza che non stiamo difendendo una causa di parte, ma stiamo promuovendo un bene comune”. Di qui l’invito “a risalire verso le sorgenti della nostra fede”. “Abbiamo bisogno – ha affermato il presule – di motivazioni ideali e culturali, e ancor più di risorse spirituali per il nostro cammino di fede”. Il servizio educativo e formativo che vi è chiesto, ha concluso il segretario della Cei, si colloca “sulla lunghezza d’onda della franchezza apostolica nel proclamare la parola. Il coraggio della nostra fede deve tradursi in tutte le forme espressive che ci vengono offerte. Un tempo come il nostro ce lo chiede in modo speciale; anch’esso conosce uditori della Parola di Cristo e cercatori discreti dell’incontro con Lui”.Ungheria: antisemitismo contrario all’umanesimo”Il cristianesimo è incompatibile con l’incitamento all’odio diretto contro qualsiasi comunità religiosa o gruppo etnico”. Lo ha affermato il card. Péter Erdö, presidente della Conferenza episcopale ungherese, durante la commemorazione delle vittime dell’Olocausto svoltasi il 15 aprile a Budapest. Richiamando alla memoria il principale comandamento di Gesù Cristo di amare il prossimo come noi stessi, che “obbliga i cristiani ad amare ogni persona”, il vescovo ha citato l’esempio della beata Sára Sálkaházi, la religiosa dell’ordine delle Sorelle dei servizi sociali che fu assassinata e gettata nelle acque del Danubio per aver aiutato gli ebrei durante la seconda guerra mondiale. “L’antisemitismo è contrario all’umanesimo”, ha affermato il presidente della Conferenza episcopale ungherese, invitando tutti i partecipanti alla cerimonia di commemorazione ad unirsi nella speranza condannando ogni tipo di odio, antisemitismo e razzismo. “Se siamo d’accordo su questo – dal punto di vista non solo teorico ma anche pratico – allora siamo a buon punto. Saremo infatti sempre capaci di trovare principi morali comuni sui quali poter costruire la nostra vita, il nostro Paese, il nostro futuro”, ha concluso il card. Erdö. Il 16 aprile è il giorno in cui si celebra la memoria delle vittime dell’Olocausto in Ungheria. Fu proprio in quel giorno del 1944 che cominciò l’istituzione dei primi ghetti nella regione ucraina della Transcarpazia. Nei mesi successivi, 13 campi-ghetto e stazioni ferroviarie per la deportazione vennero creati in Transcarpazia e nella regione nordorientale dell’Ungheria, da cui furono deportati 437 mila ebrei.