NORVEGIA

Nessun desiderio di vendetta

Mons. Rolandas Makrickas (nunziatura apostolica) su processo Breivik

È in corso, a Oslo, il processo per l’estremista di destra Anders Breivik che la scorsa estate uccise 77 persone in una folle azione terroristica in Norvegia. Ripreso in diretta tv, il processo si è aperto il 16 aprile con la lettura dei nomi delle 77 vittime. Il 17 aprile la parola è stata data all’attentatore che – come aveva anticipato il suo avvocato, Geir Lippestad, prima dell’udienza – ha letto una lunga dichiarazione: ”Ho portato a termine il più sofisticato e spettacolare attacco politico mai commesso in Europa sin dai tempi della Seconda guerra mondiale”. Chiara Biagioni, per Sir Europa, ha raggiunto telefonicamente a Stoccolma mons. Rolandas Makrickas, incaricato d’affari a.i. della nunziatura apostolica per i Paesi nordici.Come si sta vivendo nei Paesi Scandinavi il processo Breivik?”Questo processo riapre una ferita dolorosissima legata ad una tragedia frutto della pazzia umana. È un po’ prematuro dire oggi qualcosa: dobbiamo aspettare le conclusioni, ma per la gente è chiaro che questo processo non restituirà mai le vite delle vittime. E questa è la perdita, il dolore più grande. Il Paese sta tentando di comprendere cosa muove una persona quando compie atti simili. Questo processo aiuterà a capire, se è possibile capire, il movente di un atto così crudele e impensabile”. Dalle immagini, si rimane colpiti dall’atteggiamento imperturbabile di questa persona per niente pentita e addolorata per quello che ha fatto. Che impressione le fa?”Sì, questo è il mistero del male che stiamo vedendo nel volto di una persona. Per tutti, per i parenti e gli amici delle vittime e per la gente, questa è la cosa più dolorosa e difficile da capire perché non c’è un pentimento. C’è solo l’affermazione delle sue verità che sono fondate su ragionamenti disumani”. Il processo è diffuso in diretta anche sui siti europei. Lei capisce questa mediatizzazione? Non ritiene che possa essere pericolosa per eventuali emulazioni? “La mediatizzazione di un processo fa parte della cultura dei Paesi scandinavi e nordici: la trasparenza, cioè, sia nelle cose giuste che in quelle orribili che il Paese vive. È naturale seguire in prima persona il dibattimento di un processo. Il processo ripreso in diretta non è una novità qui né un fatto innaturale. Certo, è il rischio della libertà, che dà diritto e permette in questo caso alle persone più strane di esprimersi e di presentare le opinioni e le visioni più insensate. Questo processo quindi farà vedere come questa persona sia stata guidata da idee terribili, dandogli la possibilità di parlare”. La strage avvenne un anno fa. La ferita si sta rimarginando?”Gli eventi sono ancora troppo recenti per dimenticarli e guarire il grande dolore. È passato meno di un anno dal momento della tragedia. Il governo però è stato molto deciso nel ribadire che è arrivato ora il tempo di riprendersi e di andare avanti e che queste cose orribili non debbano diminuire e colpire il desiderio di tutto un Paese di rimanere aperto e democratico. Una riflessione più profonda probabilmente si farà dopo la conclusione di questo processo. Ciò che si vede in maniera molto chiara è che la ferita è ancora aperta e ancora molto viva nella gente. Ciò che posso percepire in modo molto chiaro ed evidente che i norvegesi, nonostante il dolore ancora vivo, cercano la giustizia e vogliono capire le motivazioni del grande male ma non desiderano vendetta contro l’assassino”. I leader religioni hanno dato prova di grande maturità. Quanto è stato importante?”Sì, dopo questo tragico evento ci sono state le risposte immediate di preghiera e solidarietà di tutte le denominazioni religiose ad Oslo, sia da parte dei cristiani che dei musulmani, tutti hanno condannato questo atto di violenza”.È la prima volta che un estremismo si prendesse una matrice cristiana. “La logica di questo atto, così come è stato presentato dallo stesso attentatore, non può essere assolutamente intrepretata in chiave religiosa e anche lui stesso ha affermato di non avere un rapporto personale con Dio e che per lui il cristianesimo non è un fatto religioso ma solo un fatto culturale. Nel suo pensiero noi possiamo vedere l’espressione di una cultura della morte in cui la vita umana non ha valore ma può essere manipolata e distrutta. È questa cultura della morte a far paura negli atti che ha compiuto. E questa tragedia è avvenuta in un Paese ad alto sviluppo economico e democratico e ciò dimostra che lo sviluppo e il benessere non portano direttamente ad una umanità più piena se non è guidata dalla logica dell’amore e della giustizia”.