UE

Quella Carta da rispettare

Relazione della Commissione sulla tutela dei diritti fondamentali in Europa

“Il rispetto dei diritti fondamentali è un aspetto sempre più integrato nel processo di elaborazione delle politiche dell’Unione europea”: è quanto attesta la seconda relazione annuale della Commissione Ue sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali, divenuta giuridicamente vincolante assieme al Trattato di Lisbona nel dicembre 2009. Del resto anche a Bruxelles non si può fare a meno di riconoscere quanti siano, tutt’oggi, i diritti individuali e sociali violati nel vecchio continente. Non a caso una relazione presentata lo stesso giorno, il 16 aprile, sottolinea le notevoli disparità presenti in Europa tra uomini e donne.Alla base dell’integrazione. La Carta dei diritti fondamentali, definita a Nizza nel 2000 e resa operativa quasi un decennio dopo, che contiene i diritti basilari della “casa comune” (dignità umana, diritto alla vita, proibizione della pena di morte e della schiavitù, diritto alla libertà e alla privacy, diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto all’istruzione, diritto al lavoro, uguaglianza davanti alla legge, non discriminazione, difesa dei minori e dei disabili, sicurezza sociale, protezione della salute, tutela dell’ambiente…), è “ormai diventata la bussola di tutte le politiche dell’Unione”, ha dichiarato Viviane Reding, vice presidente dell’Esecutivo. “Dobbiamo ora aiutare i cittadini a far valere concretamente i loro diritti, collaborando con gli Stati membri per garantire che le persone sappiano a chi rivolgersi in caso di violazione” di tali diritti. Reding ha tenuto a chiarire che la Carta non ha competenza universale, bensì “la sua funzione principale è garantire che le istituzioni” comunitarie “rispettino i diritti fondamentali quando elaborano nuove normative europee”. Numerosi gli esempi riportati nella relazione: “Nel 2011 si è potuto assicurare che le nuove norme sull’uso dei body scanner negli aeroporti rispettino il diritto alla protezione dei dati personali e al rispetto della vita privata e della dignità”, per cui un cittadino si può rifiutare di essere sottoposto a tale strumento, optando per altri tipi di controlli di sicurezza. Vari altri interventi della Corte di giustizia Ue hanno riguardato ad esempio internet, il diritto di asilo e la discriminazione tra uomo e donna. Le sottolineature di Eurobarometro. La Commissione aveva incaricato Eurobarometro di verificare presso un campione significativo di cittadini comunitari il grado di sensibilizzazione sullo stesso argomento. Ne è risultato anzitutto che il 64% dei cittadini “è a conoscenza dell’esistenza della Carta dei diritti fondamentali”. Tuttavia, riconosce Eurobarometro, “una conoscenza approfondita dell’applicazione della Carta resta limitata. Il 65% degli europei vorrebbe saperne di più sugli organismi a cui rivolgersi in caso di violazione dei diritti riconosciuti loro dalla Carta”. L’istituto demoscopico dell’Ue aggiunge: “I cittadini europei hanno spesso una convinzione erronea sulle finalità della Carta, sui casi in cui essa si applica e sul ruolo dell’Ue”. Infatti “si ritiene comunemente che la Carta conferisca alla Commissione un diritto generale di intervento in ogni caso in cui si sospetti una violazione dei diritti fondamentali ovunque” nei 27 Paesi aderenti. “Ma non è così: la Carta si applica agli Stati membri nell’attuazione del diritto dell’Unione”. Ogni Stato, poi, “tutela tali diritti attraverso la propria Costituzione nazionale e l’autorità giudiziaria. La Carta non li sostituisce”. Se dunque “un cittadino ritiene che i suoi diritti siano stati violati deve in primo luogo rivolgersi a un giudice o al difensore civico nazionale”. Disparità tra uomini e donne. Passando alla relazione annuale della Commissione sulla parità di genere, pubblicata assieme a quella sulla Carta dei diritti, si evidenzia come essa segnali un vasto arco di temi nei quali si riscontrano ancora diversità profonde tra uomini e donne in Europa. Ad esempio “il tasso di occupazione delle donne è pari al 62,1%, rispetto al 75,1% degli uomini”. Ciò significa “che l’Ue potrà raggiungere l’obiettivo – definito nella strategia Europa 2020 – di portare l’occupazione al 75% solo attraverso un forte impegno a sostegno della parità di genere”. Per questo la Commissione sottolinea “la necessità di promuovere un migliore equilibrio tra vita privata e professionale, in particolare attraverso strutture adeguate di assistenza all’infanzia, un migliore accesso a formule di lavoro flessibili” e facendo leva sui sistemi fiscali e previdenziali. La relazione lamenta, nonostante “timidi progressi” in tempi recenti, l’esiguo numero di donne ai vertici aziendali; segnala quindi la persistenza del divario retributivo tra maschi e femmine nei 27 (nell’ordine del 16%); in questi ambiti “resta ancora molto da fare”. Un modo “per accrescere la competitività dell’Europa – puntualizza la Commissione – consiste nel conseguire un migliore equilibrio tra uomini e donne nei posti di responsabilità in ambito economico”, portando giovamento diretto ai risultati delle imprese.