SARKOZY-HOLLANDE

Una democrazia chiusa

Un’ingessatura non solo francese che si riflette sull’Europa

Tutto come previsto? No, le urne francesi hanno riservato qualche sorpresa. I sondaggi prevedevano al primo turno un’affermazione del candidato socialista Hollande, accompagnato da un buon successo di quello di sinistra Mélenchon, un ex ministro socialista che univa in questa tornata elettorale la composita galassia dell’estrema sinistra francese, tanto frammentata quanto vitale. I voti del primo, sommati con quelli del secondo, quelli verdi e una parte di quelli centristi, avrebbero portato a una non trionfale ma sicura elezione di François Hollande al ballottaggio. Nei fatti i due candidati maggiori hanno ricevuto i voti che attendevano, così i piccoli. Minore del previsto il risultato di Mélenchon, che sperava di arrivare terzo. Ridotto anche il consenso di Bayrou, candidato di un centro poco organizzato e i cui elettori sono tradizionalmente mobili. Ma la novità è venuta dal consistente successo di Marine Le Pen, figlia del leader storico del Fronte nazionale, il partito della destra xenofoba francese, che ha superato il 18%, miglior risultato di sempre.
L’elezione di Hollande rimane probabile: riceverà i voti della sinistra, degli ecologisti e dei centristi che non vogliono più Sarkozy. Ma il vantaggio è contenuto. Un risultato imprevisto delle schede bianche potrebbe cambiare le cose. La speranza di Sarkozy non è tanto recuperare i voti del centro, pochi e poco influenzabili, quanto catalizzare i voti dell’estrema destra. Ma lo deve fare senza aspettarsi nulla da Marine Le Pen, che ieri rivendicava di essere l’unica opposizione contro la ‘sinistra extraliberale’ costituita dall’informe miscela di tutte le altre forze politiche. Il presidente uscente rispolvererà quindi i temi della destra nazionalista, rialimentandone i ritornelli più retrivi incentrati sulla minaccia degli immigrati, come aveva già fatto in campagna elettorale dopo i primi sondaggi negativi.
Il primo turno registra una sorta di generale traslazione verso destra del quadro elettorale. La vittoria di Hollande potrebbe riportare alla presidenza la sinistra dopo ventun anni, ma non dovrà far sottovalutare il risultato del Fronte nazionale. La crisi della democrazia che stiamo vivendo, oggettivamente debole nella capacità di affrontare le crisi, genera malcontenti che alimentano percorsi centrifughi e minano eticamente le nostre comunità, distruggendo, con l’unico argomento dell’insuccesso altrui e del volume della voce propria, i valori di solidarietà e corresponsabilità su cui sono fondate le nostre Costituzioni. Così s’irrobustiscono il Tea Party negli Usa, il Fronte nazionale in Francia, la destra xenofoba in Olanda, Germania e Austria e l’antipolitica (peraltro perfettamente a suo agio nel praticare il peggio della politica) in Italia. Per il prossimo presidente francese rinnovare la partecipazione e le relazioni tra cittadini e istituzioni dovrà essere una priorità.
La crisi della democrazia è percepibile anche leggendo nomi e biografia dei candidati. François Hollande è l’ex marito di Ségolène Royal, la candidata socialista delle elezioni scorse. Sette anni fa i candidati si presentarono come campioni della famiglia. Dopo la sconfitta Ségolène e il marito emisero un comunicato stampa in cui spiegavano di avere interrotto la loro relazione già quattro anni prima. Pochi mesi dopo Sarkozy annunciò la separazione dalla moglie e il fidanzamento con Carla Bruni. Al di là del buon gusto e della sincerità con cui ci si presenta agli elettori, la questione è che i candidati si presentano come esponenti di una élite autoreferenziata e chiusa. La dirigenza attuale socialista è la stessa che attorniava Mitterand durante i suoi quattordici anni all’Eliseo negli anni Ottanta. Né Sarkozy rappresenta una novità. Enfant prodige del suo predecessore Chirac (in perenne litigio col competitore Villepin), presentò nomi nuovissimi tra i suoi collaboratori. Ma le novità si sono mostrate debolissime, presto sostituite da nomi storici della destra francese, più esperti e solidi. E la promessa di slegarsi dagli ‘enarchi’, cioè i laureati dell’Ena, l’Ecole nationale d’administration che a Parigi ha formato generazioni di manager e politici pubblici di ogni schieramento, si è presto rilevata solo uno slogan pubblicitario.
Quello di una democrazia chiusa è purtroppo comune oggi a molti Paesi. Negli Usa si sono avvicendati alla presidenza un padre e un figlio repubblicani, contrastati da un presidente democratico la cui moglie oggi è segretario di Stato e sta pensando a una possibile candidatura futura. Analoghi cortocircuiti sono riscontrabili in Gran Bretagna e in altre democrazie europee. Non aiutano a ricostruire un tessuto di relazioni feconde tra Stato e cittadini.
Consapevole di queste ingessature l’Europa rimane in attesa di vedere quale dei due candidati prevarrà. Quale che sia il vincitore, avrà bisogno di lui, almeno quanto la Francia avrà bisogno dell’Europa.