IL DOLORE DEI BAMBINI
Il card. Bagnasco alla Fondazione ”Flying Angels”
"L’iniziativa esprime quelle ‘nuove frontiere della solidarietà’ che trovano nel Vangelo la linfa generatrice". Lo ha detto oggi pomeriggio il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, in occasione dell’inaugurazione della Fondazione Flying Angels, la cui mission è l’assistenza a bambini con gravi patologie, provenienti da Paesi in difficoltà e da nuclei familiari bisognosi. L’inaugurazione si è svolta nell’ambito di un incontro svoltosi a Roma, presso l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.
Dio c’è. "Questa iniziativa ha sottolineato il porporato -, che viaggerà sulle ali nei cieli del nostro Mediterraneo e oltre, incontrerà i bambini segnati dalla malattia, quindi dall’esperienza precoce della sofferenza, consapevoli che il dolore di un bimbo tocca in modo particolare anche i genitori e la famiglia intera". Di fronte alla sofferenza, soprattutto dei bambini, ci si chiede perché e soprattutto nasce la domanda: "Dov’è Dio?". Ma, ha chiarito il cardinale, "Dio c’è, non è lontano. E’ accanto e risponde in un modo totalmente divino: dice un’unica parola, compie un unico atto di vicinanza verso la sofferenza universale, il male radicale e i mali che affliggono l’uomo. E’ Gesù di Nazaret! E’ Lui la sua risposta; è Lui la sua assoluta prossimità all’uomo sofferente, fino a diventare nel piccolo una presenza nascosta ma certa, fino a fare del bambino afflitto un ‘sacramento’ della sua presenza nel mondo".
L’orizzonte della solidarietà. La realtà del dolore tocca unicamente chi ne è afflitto e i suoi familiari? La questione, secondo il card. Bagnasco, "ha significato perché riguarda il rapporto tra la persona e la società: ci chiediamo, infatti, se ciò che vive la singola persona è un fatto meramente privato oppure se ha a che fare anche con la collettività". Anche su questo dilemma "è accesa la luce di Cristo", che "rivela al mondo la realtà del Dio uno e trino". Se l’uomo proviene da Dio creatore, "porta l’impronta di Lui". E questa impronta si manifesta innanzitutto "nel suo essere un soggetto unico e irripetibile", e poi "nell’essere un soggetto aperto, in relazione". Per tale motivo, "solo nella relazione con il Suo Creatore e con gli altri la persona raggiunge se stessa". È "questo il fondamento del rapporto tra l’uomo e la società". Perciò la società "deve partecipare alla vita dei cittadini con rispetto e responsabilità", sia "nelle gioie" come "nelle difficoltà e nei dolori". In questo senso, "la sofferenza di uno tocca tutti". Così "si apre l’orizzonte della solidarietà tra uomini, famiglie, società e Stato".
Accettare la sfida. Per il presidente della Cei, il malato "di per sé è una provocazione, è una chiamata affinché la società stessa assuma lui così com’è. Se la società è fatta di persone, e senza di loro non sarebbe nulla, essa ha il dovere di accogliere se stessa nelle singole persone che la compongono e che la fanno essere, così come le persone sono, senza selezioni di intelligenza, di censo, di salute, in una parola di efficienza". Altrimenti "non sarebbe una società umana, ma una struttura che discrimina in base alla legge dei più forti. Questa accoglienza operosa che cura e si prende cura non è frutto solo della giustizia, ma è animata dall’amore". Di fronte alla sofferenza altrui "non dobbiamo avere paura di non essere capaci di risposte". La società nel suo insieme, e lo Stato nelle sue proprie forme, "devono accettare la sfida: ciò significa non lasciare soli i malati e i loro familiari, consapevoli che l’unica risposta coerente è farsi carico in ogni modo e con ogni mezzo di un patrimonio unico e irrinunciabile che è la vita di ogni persona".
Questione di civiltà. Parlando della sofferenza dei bambini, il cardinale si è chiesto: "Chi è più debole e fragile dei bambini che, abbandonati a se stessi, si spengono? E tra i bambini chi è più indifeso di coloro che non hanno ancora voce per affermare il proprio diritto? E che spesso non hanno ancora neppure un volto da opporre?…Vittime invisibili, ma reali! E come non ricordare quanti la voce e la coscienza non l’hanno più, come i malati cosiddetti terminali? Non meritano forse l’attenzione non solo dei familiari e di tanti volontari che sono come il sale buono, ma anche della società intera e dello Stato?". Un’attenzione, ha ribadito il porporato, che "mai può arrogarsi il diritto di decidere chi merita ancora di vivere e chi, invece, deve essere abbandonato a se stesso". "Se queste vite, che somigliano a dei lumini appena o ancora accesi, fossero spente ha aggiunto -, quanto buio scenderebbe sulla società intera!". È "una questione di civiltà, quella vera, che si fa carico della fragilità anche con sacrifici non lievi, ma sempre possibili e doverosi. È in gioco il bene delle singole persone, a cominciare dai più piccoli; ma si tratta anche dell’umanità sociale di un popolo, un’umanità che non brandisce i problemi scaricando ogni soluzione dagli altri, ma porta il proprio contributo". "Il nostro Paese ha concluso – questa responsabilità la sente viva nella propria anima e nella sua storia: ma è da non perdere, prestando ascolto a parole ammantate di libertà, e che rispondono invero a visioni oscure di efficienza, di mercato, e di comodo".