EDITORIALE
Massima attenzione nell’Ue per l’esito del ballottaggio del 6 maggio
“Il vento del populismo minaccia uno dei principali risultati dell’integrazione: la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea”. Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, in occasione della sua visita a Bucarest, lancia un allarme che, pur se indirizzato al funzionamento dell’area Schengen (dalla quale Romania e Bulgaria restano al momento escluse per l’opposizione dei Paesi Bassi), intende risuonare anche all’interno dei confini francesi. Non sembra trattarsi di una indebita ingerenza dell’Ue sul ballottaggio delle presidenziali, fissato il 6 maggio, quanto piuttosto il segnale che l’Europa intera guarda con interesse – e fiducia – alla Francia e dunque spera che le voci populiste risuonate in campagna elettorale e anche dopo il primo turno del 22 aprile, lascino il posto al rispetto dei grandi valori che sono alla base dell’integrazione continentale, la quale annovera tra i suoi “padri” francesi illustri come Robert Schuman, Jean Monnet e Jacques Delors.Van Rompuy ha fatto trasparire le preoccupazioni registratesi in vari Paesi membri alla luce del successo conseguito dal Front national di Marine Le Pen. Ma anche alcune dichiarazione del presidente uscente, il neogollista Nikolas Sarkozy, hanno fatto storcere il naso a Bruxelles e in alcune capitali (“La Francia vuole riprendere in mano il suo destino; se l’Europa non si muove, la Francia lo farà da sola”, oppure “l’Europa aperta a tutti è finita”). Ugualmente equivoche sono apparse talune espressioni del candidato socialista, François Hollande, a proposito dei temi economici e di una certa avversione alle misure, come il “Fiscal compact”, decise a livello comune e rivolte al rigore dei conti pubblici statali.A Parigi il confronto tra i due sfidanti al ballottaggio è in pieno svolgimento e sembra concentrarsi soprattutto su una serie di fattori interni: l’atteggiamento che assumeranno i candidati esclusi dopo il primo turno (soprattutto la rappresentante dell’estrema destra Marine Le Pen, il neo giacobino Jean-Luc Mélenchon e il centrista François Bayrou); la sensibilità dell’elettorato a tornare alle urne 15 giorni dopo il primo turno, sconfiggendo l’astensionismo; i temi del lavoro, dell’immigrazione, del costo della vita… Ma negli attuali scenari globali è più che comprensibile che un “duello” di così grande rilievo sia osservato con scrupolosa attenzione anche all’estero, e specialmente in Europa.Inutile dire che le incognite sul risultato finale sono tali e tante che è impossibile fare delle previsioni. Anche per questa ragione al di là del messaggio preoccupato di Van Rompuy, prevale la prudenza nelle sedi Ue, così come pure a Berlino e Londra, Roma e Madrid, Stoccolma, Varsavia o Atene. Hollande (emerso dal primo turno come il candidato più votato con il 28,6% dei consensi) e Sarkozy (piazzatosi secondo, con il 27,1%) sono sotto i riflettori per le parole d’ordine che coniano e ripetono all’infinito, per le tendenze politiche che pongono maggiormente in evidenza, per le “ricette” volte ad affrontare problemi quali la disoccupazione, il rilancio dell’economia, il controllo della spesa pubblica, la risposta al fenomeno migratorio, gli affari esteri. Rispetto all’Ue sembra registrarsi una sorta di riposizionamento dei due leader. Sarkozy, che da presidente in carica dal 2007 in poi, ossia per tutta la durata della recessione, si era mostrato come uno dei ritrovati paladini della “casa comune”, oggi prende le distanze da una serie di politiche europee rafforzatesi in questi ultimi anni, fra cui la governance economica e l’azione congiunta per tutelare le frontiere dell’Unione così da rispondere in maniera coordinata alla sfida delle migrazioni. Sul versante opposto Hollande, che fino all’altro ieri forse anche in chiave di battaglia interna anti Sarkozy – era apparso più che scettico verso l’Europa dei 27, oggi figura come il politico che vuole “rilanciare la crescita”, assegnando all’Ue un ruolo chiave.Dunque l’Unione sceglie un posto in prima fila come spettatore del match elettorale, spera che i populismi e i nazionalismi non abbiano la meglio sulla “vocazione europeista” della Francia (i fronti aperti nel continente sono già numerosi, a cominciare da quello olandese rappresentato dal capo del Partito della libertà, Geert Wilders), e si augura di avere, il 7 maggio, un interlocutore credibile, forte, sostenuto dal suo Paese, disposto a rimettersi sulla linea della costruzione di un’Europa unita, pur nel rispetto delle diversità. Anche di quella francese.