CARCERI

Una doppia pena

”I detenuti non riescono neppure a rimanere in piedi nelle celle”

È sufficiente riportare alcuni dati per rendere l’idea di quella che Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, definisce "l’insostenibile drammaticità della realtà carceraria italiana". A fine 2011 la popolazione dei penitenziari in Italia era di circa 66 mila persone, a fronte di un numero di posti letto non superiore a 40 mila. "I detenuti – spiega Maisto – non riescono nemmeno a rimanere in piedi nelle camere detentive dove passano circa 20 ore al giorno. In queste condizioni diventa impossibile qualsiasi attività rieducativa. Nonostante questo negli ultimi dieci anni gli ingressi sono aumentati costantemente e, con essi, anche il numero di suicidi e di atti di autolesionismo: dall’inizio del 2012 a oggi si sono verificati già 20 suicidi". Nel 2009 era stata la Corte di Strasburgo a condannare l’Italia per aver violato i diritti di una donna in merito alle sue condizioni di detenzione.

Situazione insostenibile. Una situazione insostenibile denunciata anche da Benedetto XVI durante la sua visita al carcere romano di Rebibbia. "Il sovraffollamento rende doppia la vostra pena", aveva detto il Papa. Un’espressione che ha dato il titolo al convegno – la "Doppia pena", la realtà carceraria italiana – che si è tenuto questo pomeriggio nella sede milanese dell’Università Cattolica. "Quando le condizioni detentive vanno a ledere la dignità degli individui, la pena non è solamente doppia, ma elevata all’ennesima potenza perché la dignità della persone è qualcosa che non può essere quantificata", ha spiegato Gabrio Forti, presidente della facoltà di giurisprudenza e direttore del Centro studi "Federico Stella" sulla giustizia penale. "La scelta di questo convegno rivolto in particolare agli studenti di giurisprudenza – ha continuato – nasce dalla convinzione che un penalista non possa disinteressarsi dell’esito concreto che scaturisce dall’azione penale. Il carcere e le sue condizioni rappresentano una lente attraverso cui leggere tutto il percorso della giustizia".

Un cambio di prospettiva. Forti ci tiene però a puntualizzare come "non siano semplici interventi tampone a risolvere il problema, così come non è aumentando il numero delle strutture che si risolve il problema del sovraffollamento". Un’idea ribadita da Luciano Eusebi, docente di diritto penale, che sottolinea come "sia necessaria una svolta culturale che superi l’idea del carcere come centro del percorso della giustizia". "Questo non significa depenalizzare – spiega il docente – ma capire come, per alcuni tipi di reati, esistano forme diverse e più efficaci di giustizia. Come la mediazione e la giustizia riparativa che in Austria si applicano al 25-30% dei procedimenti penali".

Una giustizia diseguale. Di fronte a queste difficoltà una delle soluzioni maggiormente utilizzate in Italia è il ricorso agli arresti domiciliari. Una scelta che fa discutere. "Considero l’aumento della concessione di questo tipo di pena un dato preoccupante – spiega Maisto – perché gli arresti domiciliari sono una misura asettica che, nella maggioranza dei casi, non comporta nessun aspetto rieducativo. Si rischia di passare da una pena elevata all’ennesima potenza, come quella in carcere, a uno svuotamento completo della pena". Secondo i penalisti il rischio è quello di creare una giustizia diseguale in cui a essere maggiormente colpite sono sempre le fasce più deboli. "Gli arresti domiciliari – continua Forti – sono spesso visti come dei parcheggi in cui si vive secondo le proprie condizioni. Così facendo chi non ha un domicilio è costretto al carcere". Per questo motivo nei penitenziari italiani la percentuale maggiore di detenuti è rappresentata da soggetti socialmente fragili: extracomunitari (anche a causa delle conseguenze della legge Bossi-Fini) e tossicodipendenti.

Guardare alla persona. Una realtà con cui ogni giorno si confrontano i circa 9 mila volontari che prestano servizio nelle carceri. "Come è possibile che in questi anni ci sia stata una tale cecità nei confronti della realtà carceraria", racconta Elisabetta Laganà, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia, che ha ricordato come, dal 1985 al 1998, negli ospedali psichiatrici giudiziari siano stati effettuati circa 6 mila sterilizzazioni forzate. "Non riusciamo più a vedere quello che sta succedendo e il modo in cui sta succedendo" continua Laganà; per questo è necessario che "le parti sociali dei territori se ne facciano carico". Per il mondo del volontariato, però, il punto centrale resta il senso della pena. Secondo una legge del 1975 i detenuti hanno diritto al lavoro, ma a oggi solo il 20% ne ha realmente la possibilità, così come devono essere garantiti i diritti all’educazione e alla pratica religiosa. "La pena ci deve essere – conclude Laganà – e le persone in detenzione l’accettano. Ma è necessario dare un senso al tempo e allo spazio del carcere perché la giustizia non deve essere cieca, ma guardare a ogni singola persona, costruendo un percorso di recupero".

Milano, dal nostro inviato Michele Luppi