MEDITERRANEO
Tra autunno dell’Occidente e primavera araba
"Tra autunno dell’Occidente e primavera araba. Speranze, laicità, religioni nel Mediterraneo oggi". È questo il titolo del seminario di studio che si è tenuto stamani nell’aula magna della Facoltà Teologica di Sicilia "San Giovanni evangelista". Ad interrogarsi sull’argomento, alla luce delle rivoluzioni di piazza che hanno visto protagonista il Nord Africa negli ultimi mesi, sono stati don Andrea Pacini della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, don Marcello Di Tora della Facoltà Teologica di Sicilia e Pietro Barcellona dell’Università degli Studi di Catania. A moderare gli interventi, don Massimo Naro della Facoltà Teologica di Palermo.
Occidente e Oriente, distanti e in crisi. "Oriente e Occidente sono due mondi apparentemente contrapposti, ma di fatto in qualche modo accomunati", ha sottolineato don Massimo Naro. "Da una parte l’Occidente, invecchiato e sfiancato, sazio delle conquiste conseguite; dall’altra i popoli nuovi, disposti a dislocarsi dalle loro terre di origine per trovare spazi larghi in cui progredire". "L’Europa ha osservato Naro – coi suoi sistemi culturali e la sua tradizione religiosa, sembra vicina alla fine. E anche l’Africa e l’Asia, se snaturate, sono destinate alla medesima sorte". "Ci chiediamo quindi – ha concluso – quale apporto possono dare le religioni monoteistiche, oggi. E quale confronto può sorgere tra religioni e laicità".
Tra Occidente e Oriente arabo: due approcci alla "laicità". La riflessione sulla laicità viene approfondita da padre Marcello Di Tora. "Nel mondo cristiano – ha spiegato – la laicità è intesa come "autonomia": di valori, di giudizio, di metodo, di riflessioni. È un’autonomia costruttiva e aperta al confronto. Dando uno sguardo al mondo islamico, invece, notiamo che la questione è più complicata". "Per i musulmani ha chiarito Di Tora – non c’è separazione fra sacro e profano, il loro è un codice etico, morale e religioso insieme. Il Dio dell’Islam regola tutti gli aspetti della vita personale e sociale del credente, a differenza dell’Occidente, che riserva allo Stato alcune competenze. La laicità quindi per loro non è un problema sentito".
Debolezze della "primavera araba". "Rispetto alla cosiddetta "primavera araba"- si è chiesto il prof. Pietro Barcellona – possiamo essere relativamente ottimisti, o assumere invece un ansioso pessimismo? Personalmente io sono perplesso di fronte ad alcune caratteristiche di questi movimenti. Ad esempio, considerando il sostegno fornito a queste rivolte dalla "rete" informatica, si può immaginare che una rivoluzione digitale possa produrre un progetto politico? Dopo aver portato in piazza le persone, si è riusciti poi a dare sostanza allo stare insieme? Penso di no. La debolezza di questi movimenti infatti si sta mostrando in tutta la sua evidenza, sono stati efficaci nel far cadere i regimi, ma non hanno espresso un reale progetto politico"."La vera tragedia del mondo arabo ha aggiunto il docente catanese – è quella di un popolo che non è riuscito a darsi un’identità nazionale. Anche in senso religioso occorre un’identità forte, perché solo a partire da questa può esserci un dialogo con le altre confessioni. La speranza non si può coltivare in modo solitario".
Non una, ma più "primavere arabe". "La primavera araba – sostiene don Andrea Pacini è stata , almeno all’inizio, l’espressione di un desiderio forte di libertà da parte di larghe fasce della popolazione, in particolare giovanili Sarebbe però sbagliato accomunare le proteste in un unico fenomeno, senza fare distinzioni". "Si riscontrano infatti ha chiarito – almeno tre tipi di "primavere arabe". Il primo caso riguarda Egitto e Tunisia, Paesi caratterizzati da una matrice rivoluzionaria perlopiù spontanea. In secondo luogo abbiamo Marocco e Giordania, monarchie che hanno prevenuto i disordini allargando il consenso alle opposizioni, rappresentate soprattutto dai partiti di ispirazione religiosa islamica. Il terzo esempio è dato da Libia e Siria, che, pur nella diversità, hanno in comune il fatto che la molla di trasformazione interna è stata accompagnata da un intervento esterno". "Restano sul tappeto due questioni", ha concluso il docente. "La prima riguarda il destino dei cristiani arabi, che vivono una fase di rinnovata crisi, nel tentativo (fallito) di uscire da una subalternità secolare. La seconda tocca le possibili conseguenze delle rivoluzioni arabe per i musulmani in Europa. La loro posizione condizionerà il futuro della società europea".